L’appello dei tre presidenti “Andate a votare per l’Ue”

GIORGIO NAPOLITANO 4

Sfuggì a molti cronisti, in quel lontano 19 novembre di due anni fa a Villa Roseberry, l’«Appello di Napoli» che Giorgio Napolitano lanciò con il presidente tedesco e quello polacco. Con l’attenzione dei media concentrata sulle traversie dell’allora governo Monti ed elezioni anticipate all’epoca poco più che ipotetiche, e che Napolitano si premurò subito di escludere con forbita e sintetica circonlocuzione, passò in più di un caso in secondo piano che il capo del più importante Stato del Sud Europa – che in genere per i Paesi del Nord è poco più che una bestia nera – lanciasse proprio con gli omologhi capofila dei nordici una «Carta di Napoli» nella quale si invocava – tutti insieme – «investimenti mirati alla crescita sostenibile», e ci si opponeva a «ricadute in visioni ristrette e nazionalistiche».

Oggi, quegli stessi tre presidenti – Napolitano, il tedesco Joachim Gauck e il polacco Bronislaw Komorowski – fanno un passo avanti, un comune appello al voto per l’Europa. E lo fanno rilanciando molti temi che già la Carta di Napoli affrontava, ma ricordano in più ai loro cittadini cosa significa Europa nella vita di tutti i giorni, «le libertà e i diritti fondamentali» che «non dovrebbero essere considerati come acquisiti una volta per tutte». Quello «stile di vita europeo» , quella libertà di movimento, di studio d’impresa nello stesso vasto territorio, e che ormai accomuna quasi mezzo miliardo di persone. «Essere europei significa, in definitiva, essere liberi», è la frase chiave.

Ma essere europei significa anche «vivere al sicuro», il che accade nonostante quel che sostiene la propaganda antieuropea perché «possiamo fare affidamento su un insieme comune di norme e sul rispetto di comuni standard ambientali, sociali e di sicurezza alimentare». I vincoli comunitari, di cui si nota sempre l’esilità, sono stati invece e sono così forti da aver provocato «lo sforzo comune per contrastare gli effetti della crisi economica e finanziaria». Quanto alla disoccupazione – ecco che rispunta uno dei temi centrali anche nella «vecchia» Carta di Napoli – combatterla e «ristabilire le condizioni per una crescita sostenibile» sono anch’essi un obiettivo comune. Poiché solo «lavorando ed interagendo gli uni con gli altri acquisiamo la capacità di plasmare insieme il nostro comune destino». Argomenti che rovesciano perfettamente la propaganda populista, la cui ascesa è fortemente temuta nelle Cancellerie non solo europee per l’effetto devastante che potrebbe avere sulla gestione di una crisi dell’Eurozona che sta ancora mordendo, se l’Europa non avanzasse tenendo presente il proprio comune interesse.

Raccontano fonti del Quirinale che l’idea di un appello per le elezioni di questo 25 maggio sia scaturita dal presidente Gauck, proprio in quei lontani giorni di Villa Roseberry, e grazie alla sintonia – evidente anche in numerose altre occasioni d’incontro – che si è stabilita con Napolitano. Giorgio e Joachim si sentono al telefono di tanto in tanto, e lo stesso accade anche con il polacco Komorowski. Ma i tre europeisti che chiudono l’appello con un doppio punto esclamativo – «Votate! Votate per l’Europa!» – nei giorni di Villa Roseberry non potevano sapere quel che ancora non era stato lanciato: l’iniziativa, politica, di legare il voto ai partiti per Strasburgo con l’indicazione del futuro presidente di Commissione, che coincide con «la responsabilità crescente nel processo di formazione delle leggi» che avrà il nuovo Parlamento della Ue. Ciò che faranno – segnalano i tre presidenti – «sarà importante per tutti noi e per ciascuno di noi europei». E del resto, già oggi, assai più delle metà delle leggi è di «provenienza» europea. Dunque, non votare significherebbe disinteressarsi della vita del proprio Paese. E, in definitiva, della propria stessa vita.

La Stampa