L’appello dei Regeni: “L’Egitto ora ci dica se Giulio è morto così”

Giulio-Regeni

“La Procura generale del Cairo deve rispondere alle rivelazioni pubblicate ieri da Repubblica”. A chiederlo sono i genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio, dopo la pubblicazione del dossier recapitato all’ambasciata italiana a Berna, e all’attenzione della procura di Roma, che ricostruisce la presunta responsabilità degli apparati egiziani nella morte del ricercatore italiano. “Esiste – dicono i genitori di Giulio – la necessità di rompere il muro di silenzi e bugie intorno all’uccisione di nostro figlio. Davanti a una testimonianza che potrebbe far luce sulle circostanze del sequestro e della uccisione di Giulio, chiediamo ai magistrati del Cairo di fornire senza indugi delucidazioni in merito, e in particolare di confermare o smentire quanto emerso dalla lettura del documento datato 25 aprile recapitato alla nostra Ambasciata in Svizzera”.

Alcuni particolari contenuti nel dossier sono già stati riscontrati dalla procura di Roma: ci sono dati, fin qui sconosciuti, che gli inquirenti italiani avevano raccolto un mese prima che lo scritto fosse consegnato. E in più altri particolari che fanno pensare che l’omicidio di Giulio sia maturato in quegli ambienti, primo tra tutti la coperta militare in uso all’esercito egiziano rinvenuta accanto al cadavere del ragazzo, come risulta nel verbale di ritrovamento. “Ma quel tipo di coperta – ha spiegato la procura di Giza – si trova anche al mercato”.

Procura di Giza che, fin dal principio dell’indagine, si è distinta per i depistaggi. Come dimostra anche l’informativa depositata nelle scorse ore al pm Sergio Colaiocco dai poliziotti dello Sco e dai carabinieri del Ros. Un elenco di “incongruenze” rispetto agli ultimi documenti portati in pompa magna dalla procura generale del Cairo nell’incontro di un mese fa.
In particolare sono incomplete le informazioni che riguardano le celle telefoniche. Gli italiani avevano chiesto quelle di tre zone, in modo da incrociare le utenze: casa di Giulio, il luogo del ritrovamento e la metropolitana di Naguib dove Giulio sarebbe sceso e dove, secondo fonti dell’intelligence straniera, è stato rapito. L’analisi delle celle di Naguib non sono state consegnate. Mentre per le altre due zone è stata inviata soltanto una relazione del ministero delle Comunicazioni nella quale è sintetizzato il traffico delle celle. E dove viene riportata anche la circostanza di alcuni sms inviati da utenze inglesi a numeri egiziani nelle ore in cui Giulio è sparito. “Nessun giallo – spiegano gli italiani – quei messaggi sono stati generati da società informatiche per l’attivazione di semplici servizi per smartphone”.

Resta invece da capire perché la moglie di uno dei banditi uccisi in un conflitto a fuoco e accusati dagli egiziani dell’omicidio di Regeni abbia raccontato quella che secondo i nostri investigatori è “una palese bugia”. Ha messo a verbale infatti che il marito, mentre la tv passava la foto dell’italiano, le ha confidato di aver sequestrato e ucciso il 25 gennaio “quel ragazzo occidentale”. Regeni non è morto il 25, ma una settimana dopo, come testimonia la perizia medico legale. Perché dunque la donna ha mentito? E che ci facevano i documenti di Regeni a casa loro?

Di questo la procura di Roma chiederà conto al Cairo nelle prossime settimane con una nuova rogatoria, nella quale invita alla trasmissione del fascicolo integrale con tutti i documenti d’indagine: finora, infatti, ha avuto atti spesso inutili, come i brogliacci dei verbali privi degli appunti degli investigatori.

La Repubblica