L’ambasciatore e quella mossa inattesa per Renzi. La strategia Usa e l’obiettivo della stabilità

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Non era raccogliere a man bassa titoli di giornali e telegiornali l’obiettivo che si poneva ieri mattina l’ambasciatore degli Stati Uniti John R. Phillips. Quando ha sostenuto che una bocciatura referendaria della riforma costituzionale approvata nel Parlamento italiano comporterebbe «un grande passo indietro» per gli investimenti delle aziende americane nel nostro Paese, Phillips interveniva in una sede considerata quasi familiare, il Centro studi americani il cui presidente è Gianni De Gennaro e presidente onorario è Giuliano Amato, entrambi da decenni giudicati amici a Washington. Non parlava certo sottovoce, l’avvocato scelto dall’amministrazione di Barack Obama come rappresentante a Roma, ma sulla base di appunti e in parte a braccio diceva quello che pensa e che ha sentito dire da dirigenti di imprese e uomini di affari. Reazioni che trasformassero quel messaggio a una parte della classe dirigente locale in frastuono non erano messe in conto.

Gli inviti passati dell’ambasciatore
Del resto, gli inviti di Phillips a riformare i meccanismi con i quali in Italia vengono prese decisioni e il suo appoggio al governo di Matteo Renzi non sono una novità. Da Palazzo Chigi non risulta che l’intervento fosse atteso. E si andrebbe fuori strada immaginando che ogni passo compiuto da chi rappresenta gli Stati Uniti sia calcolato sempre con precisione millimetrica, giusto o sbagliato che sia. In un’intervista rilasciata a chi scrive e pubblicata il 3 marzo scorso, Phillips era stato anche più circostanziato di ieri sull’Italia: «I manager americani interessati a investire si dicono scoraggiati da come funziona il sistema giudiziario: troppo tempo per far entrare in vigore i contratti. Avevamo problemi simili negli Usa, abbiamo compiuto progressi. Per le aziende il processo decisionale è lento: Renzi lavora per liberare energie. Ma è opportuno tener presente una cosa». Quale? L’ambasciatore: «Nuovi posti di lavoro non si hanno subito (…). Il referendum sulla riforma costituzionale in ottobre sarà importante. È una riforma necessaria. Darà stabilità, elemento utile» Bizzarre interpretazioni successive videro in quell’intervista una mossa contro Renzi, perché Phillips riferiva un numero di militari che l’Italia avrebbe potuto mandare in Libia. L’intenzione dell’ambasciatore invece era opposta, di sostegno a Renzi, e il referendum sulla fine del bicameralismo perfetto era già in marzo nel giro di orizzonte dell’ambasciata.

La visione degli Stati Uniti
La sostanza di quanto innanzitutto interessa a Obama e agli Stati Uniti è abbastanza semplice: in un’Unione Europea affaticata — tanto più oggi mentre la Gran Bretagna si avvia verso un’uscita lungo sentieri inesplorati e in Libia si fronteggiano milizie davanti a pozzi di petrolio — serve un’Italia stabile, in grado di disincagliarsi da una crisi economica troppo lunga, e capace di adottare decisioni con più rapidità. Non un’Italia senza governo, in preda a convulsioni. Il passo di certo premeditato e di evidente sostegno a Renzi infatti è quello che in queste ore rimane in secondo piano: la cena di Stato che Obama offrirà al presidente del Consiglio il 18 ottobre, annunciata lunedì dalla Casa Bianca e citata da Phillips ieri. Sarebbe l’ultima dell’attuale presidenza americana. È in preparazione da mesi. La Casa Bianca la definisce «occasione per celebrare profondità e ampiezza del nostro rapporto con l’Italia e scambiare vedute sul futuro dell’Europa». Renzi incontrerà Obama anche prima, ma in riunioni non bilaterali: la settimana prossima a New York nei vertici di Onu e Usa su migrazioni e profughi. Poi riceverà dal segretario di Stato John Kerry un premio, il Global citizen. L’appoggio è talmente palese che a Palazzo Chigi, benché non sia stato comodo leggere le reazioni di 5 Stelle e altri al discorso di Phillips, ieri hanno preferito semmai dirsi sorpresi da queste, e un po’ divertiti.

Corriere della Sera