L’accusa di Netanyahu a Obama: «Sta dando l’atomica agli iraniani»

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«L’accordo che il vostro presidente sta negoziando sul nucleare iraniano è fallimentare. Fermatelo, prima che consegni a uno dei regimi più violenti della terra la capacità di annichilire Israele e minacciare il resto del mondo». Benjamin Netanyahu ha pronunciato ieri alla Camera dei rappresentanti di Washington un discorso di tono vibrato, perfettamente calcolato per patrocinare la causa del suo Paese di fronte al negoziato in corso a Ginevra, e allo stesso tempo a sostenere la sua personale statura politica in vista delle prossime elezioni per il rinnovo della Knesset.
GLI APPLAUSI

Il premier israeliano e i suoi alleati repubblicani al Congresso americano sono riusciti a celare l’imbarazzo per le polemiche che accompagnano il viaggio, con una coreografia di primo piano. Nethanyahu è entrato in un’aula appena segnata dall’assenza per protesta di una cinquantina di democratici tra senatori e deputati, salutato da applausi scroscianti e lunghe strette di mano. Ha preso possesso del podio con la confidenza di un consumato leader dell’opposizione, e si è rivolto direttamente a Obama. Prima ne ha tessuto le lodi: «E’ stato sempre al fianco di Israele, più di quanto sia dato di conoscere in pubblico». Poi gli ha assestato una serie di rimproveri, sempre più decisi e pesanti. Per lui l’Iran è un paese ricco, capace e risoluto a contendere all’Isis il dominio futuro di un califfato islamico. Netanyahu non ha oltrepassato come si temeva alla vigilia, la soglia del segreto di stato, rivelando dettagli sensibili della trattativa di Ginevra. Ha però puntato il dito su due clausole controverse, anche tra gli alleati del presidente americano. La prima è la mancata distruzione delle centrali nucleari oggi esistenti in Iran, che nei piani dell’accordo continuerebbero a operare a velocità ridotta. La seconda è la durata limitata della sospensione del programma: 10 anni, oltre i quali almeno nelle previsioni del trattato, il regime di Tehran sarebbe libero di riprendere a pieno ritmo l’arricchimento dell’uranio.
JOHN KERRY

In realtà nemmeno questi due punti sono al momento stati concordati. Mentre Netanyahu parlava, il segretario di Stato americano John Kerry sedeva ieri al tavolo per la terza volta nello stesso giorno con il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, nel tentativo di mettere nero su bianco, ma il consenso è lontano e ancora improbabile.
Il premier israeliano ha chiesto che Tehran abbandoni ogni attacco in area mediorientale: dalle minaccia di cancellare gli ebrei dalla regione alla sponsorizzazione del terrorismo, prima di tornare a sedersi al negoziato, e ha esortato gli americani a chiedere più concessioni: «Chiamate il loro bluff: vedrete che alla fine sono loro ad aver bisogno di un accordo, ancora più di quanto ne ha il resto del mondo». Secco il commento di Obama: «Ho letto il discorso e non ci ho trovato nulla di nuovo rispetto alle paure di Netanyahu un anno fa, quando abbiamo concordato l’avvio del negoziato. Da un anno il nucleare iraniano è sospeso, e lo sarà se arriveremo mai a un accordo. Dove saremmo invece se avessimo ceduto alle paure?» La sera di lunedì in una intervista alla Reuter il presidente aveva cercato di abbassare i toni della polemica. Ma in una delle risposte non è riuscito a contenere la stizza: «Cosa sarebbe successo – ha chiesto – se durante i preparativi della guerra all’Iraq nel 2003 il Congresso avesse invitato il presidente francese a esprimere il suo punto di vista a Washington?»

Il Messaggero