La trincea di Marino, aula e Tor Sapienza: «Pago tutte le multe e cambio la giunta»

IGNAZIO MARINO 2

Alla fine di una giornata vissuta trotterellando tra un cerchio di fuoco e l’altro, tra gli estintori da spargere sul fuoco di Tor Sapienza, un vigile rigoroso con cui conciliare come Lorenzo Guerini e una Panda rossa da parcheggiare nel garage del dimenticatoio, Ignazio Marino è ritornato a casa in bicicletta. E si è messo, diciamo per rilassarsi, a studiare il discorso che fece Fidel Castro nel ’96 al vertice della Fao. Spunti da rubare per l’intervento che proporrà questa mattina alla conferenza mondiale sulla nutrizione.
Ieri intanto ha dato in pasto alle cronache un paio di notizie non da poco. Quella pop riguarda il caso della Panda Rossa: «Chiedo scusa ai romani, ho pagato le multe», ha detto in consiglio comunale. La seconda riguarda la tenuta politica della sua giunta, pressata dal Nazareno: «Sì, farò il rimpasto ma non sarà un azzeramento».
Il personaggio è questo, e l’approccio alle cose della vita non lo cambierà mai. Un po’ nerd e molto calcolatore. Chirurgico. Tanto che prima del consiglio comunale sulla sua mitica utilitaria, per la quale ha esibito bollettini alla mano di aver pagato 1.021 euro di multe, nel mezzo di un vertice con il gruppo del Pd è ritornato a fare il dottore. Piccolo malore di Fabrizio Panecaldo, renzianissimo coordinatore della maggioranza. I bronci democrat si trasformano in preoccupazione e allora Marino, con un guizzo alla Guido Tersilli, lo visita: «Fabrizio, devi prendermi gli enzimi». Un intervento semplice per uno abituato ai mal di pancia della propria maggioranza, ma anche a quelli del suo partito, il Pd. Per non parlare di quelli dei romani. Ma lui da uomo di scienza spera che ci sia una formula per tutto.
LA MATTINATA
Prima dell’incontro con i residenti di Tor Sapienza, gli stessi che venerdì lo hanno contestato a favor di tiggì, si è concesso 33 minuti di corsa sul tapis roulant nel suo ufficio con affaccio sui Fori. E’ entrato un collaboratore: «Prof – lo chiamano anche così – ma che fa? Endorfine». Necessarie per portare a casa una tregua, siglata berlusconianamente ma senza tavolino di ciliegio, con un contratto con i residenti della periferia. Che hanno sostituito i fischi alla strette di mano, seppur mooltovigorose. Poi, saltellando tra un dossier e l’altro alle 10 ha aperto le porte della sua casa a Guerini, il viceRenzi. E qui è stato Marino a recitare la parte del malato davanti alla visita del dottore. Che se n’è andato via un po’ perplesso: «Boh, speriamo bene».
Ma lui, il sindaco, ottimista americano nell’anima, ha chiuso questo file e ne ha aperto un altro: riunione con i presidenti dei municipi. Ai quali ha dato le medesime rassicurazioni fornite alla moglie, la signora Rossana, capitata in Campidoglio – a piedi e non con la Panda – per portargli il pranzo: uno yogurt. «Devo stare leggero», ha detto il sindaco che con un orecchio per darsi la carica si è ascoltato i Rolling Stones e con l’altro ha dichiarato sui licenziamenti scongiurati al teatro Opera. Anche se la vera recita, quella più attesa si è consumata in Campidoglio.
Con l’austera statua di Giulio Cesare costretta a sorbettarsi un dibattito, tra le urla e le pernacchie delle curve presenti in sala, sulla Panda rossa del primo cittadino. Che ha dimostrato di aver pagato le multe – «anche se non dovevo» – per via del permesso Ztl scaduto, ha chiesto «scusa ai romani» per la sua auto pizzicata su twitter in divieto di sosta, con un’ammissione molto mariniana: «Purtroppo non sono passati i vigili a farmi la multa: servono più controlli». Un discorso interrotto una decina di volte dai «dimettiti» dei militanti dell’Ncd e suggellato anche da un «vaffa» urlatogli dal deputato Piso. E poi nasi rossi da clown e bolle di sapone. Frizzi e lazzi per «Marino sposta il Pandino». Con Ignazio che insisteva: «Io dimettermi? Ma pensiamo alle cose importanti di Roma, per favore». Un muro di gomma, impermeabile. Che spera di non dover parlare più della sua auto, ma di come far funzionare la macchina amministrativa dell’Urbe. Un passaggio che preclude un rimpasto che si preannuncia dalla difficile lievitazione. E con un ingrediente da non sottovalutare: Renzi.

Il Messaggero