La Svizzera sgancia il franco dall’euro Crolla Zurigo volano le Borse Ue

CRISI

La mossa è stata drastica e totalmente a sorpresa. Ecco perchè quando ieri la Banca centrale svizzera ha deciso di togliere di colpo il tappo che dal 2011 bloccava la salita del franco svizzero oltre quota 1,2 per ogni euro, si è scatenata la tempesta. Sul franco, volato del 30% a quota 0,8544 verso l’euro (per poi stabilizzarsi attorno a 1,04), sulla Borsa di Zurigo sprofondata fino al 12%, sulle banche elvetiche che rischiano un taglio degli utili tra il 10 e il 20% e sull’industria dell’export del Paese che rischia perdite per 5 miliardi di franchi secondo Ubs (e lo 0,7% del Pil). Chi ha potuto ieri tra gli svizzeri, si è messo in fila per ritirare euro a buon mercato. Anche se l’imminente piano di acquisti di titoli pubblici della Bce finirà per indebolire ancora la moneta unica europea. Già, perchè almeno su un punto sono tutti d’accordo: la Bns ha giocato d’anticipo dando per scontato una mossa della Bce (già il 22 gennaio) deprimente per l’euro che avrebbe reso di fatto impossibile oltre che troppo costoso tenere ancora a bada il rafforzamento del franco. «Ha preferito accettare una fine dolorosa piuttosto che un dolore senza fine», dicono in sintesi gli osservatori. Peccato che la mossa non deve essere piaciuta affatto alla Bce. «È una manovra controproducente» per la politica espansiva di Francoforte, fanno notare da Deutsche Asset & Wealth Management.
IN ANTICIPO SU DRAGHI
Va ricordato infatti che il 6 settembre del 2011 la Bce di Jean-Claude Trichet aveva incassato il colpo con una certa diplomazia. Ma era rimasta agli atti l’irritazione per quella scelta autonoma della Bns di fermare la forza del super-franco diventato bene «rifugio» per eccellenza pur di difendere l’economia elvetica. «Il consiglio prende atto della decisione presa dalla banca centrale svizzera sotto la propria responsabilità», recitava una nota di Francoforte piuttosto insolita per il rituale dell’Eurotower, dopo che soltanto qualche giorno prima lo stesso Trichet si era espresso contrario a interventi sul forex di singoli paesi, e a favore di mosse concertate.
LO SCENARIO
Ieri la Bce di Mario Draghi ha preferito il silenzio di fronte all’improvviso cambio di rotta. Eppure anche questa volta non deve aver gradito. E non basta che la Bns dica che «era ormai inutile mantenere il tetto», che «è meglio uscire ora che tra 6 o 12 mesi» di fronte a «una forte divergenza tra le politiche monetarie delle maggiori aree monetarie e potrebbe accentuarsi ancora». La verità è che per mantenere il tetto fissato nel 2011 la Banca elvetica ha portato in tre anni le riserve in valuta estera da 200 a quasi 500 miliardi di dollari (quasi la metà in euro), vale a dire l’80% del Pil svizzero. Oltre non si poteva andare, se non a costo di pesanti rischi per l’istituto. E già qualcuno la settimana scorsa aveva lanciato non a caso l’allarme. Ma lo choc scatenato ieri sul mercato è senza precedenti. Mentre il resto dei listini Ue, Milano in testa (+2,32%), festeggiavano il rialzo del petrolio e il minimo da oltre 11 anni dell’euro (a 1,1575 dollari per poi risalire attorno a 1,1680) Zurigo archiviava il peggior tonfo degli ultimi 25 anni (-8,67%), trainata dal tracollo di titoli come Swatch (-16,35%) e Cie. Financiere Richemont, che produce i gioelli Cartier (-15,5%), ma anche del gruppo farmaceutico Roche (-8,6%) e del cementiero Holcim (-10.97%). Del resto l’apprezzamento del franco rende i prodotti svizzeri più cari del 20-30% all’estero. L’abbandono del tetto è infatti, «uno tsunami» per il Ceo di Swatch Group, «una catastrofe» per il direttore di Swissmechanic, che rappresenta la meccanica, una «sfida» per il governo elvetico. Quanto alle banche, devono fare i conti anche con la seconda mossa decisa ieri dall’istituto centrale tagliando i tassi di interesse, già negativi, a -0,75%. Secondo gli analisti i due fattori insieme potrebbero erodere i profitti visto che gli istituti di credito svizzeri generano gran parte dei loro guadagni all’estero e hanno una porzione maggiore di costi in franchi.
Grandi vincitori indiretti sono invece i frontalieri italiani, francesi e tedeschi che percepiscono lo stipendio in franchi. È panico invece nei Paesi dell’Europa dell’Est per le tante famiglie che all’inizio degli anni 2000 hanno contratto mutui in franchi svizzeri e vedono ora aumentare il peso del loro debito. È il caso della Croazia, dell’Ungheria e della Polonia. Non è un caso il crollo delle rispettive valute. Intanto, alcune stazioni di servizio in Svizzera hanno già deciso di non accettare più euro.

Il Messaggero