La sfida di Renzi: margini ampi per blindare Quirinale e riforme

++ Renzi,fondamentale prima lettura riforme entro europee ++

L’estrosità di Brunetta in FI e l’addio di Cofferati al Pd. Due possibili insidie, per l’elezione del Capo dello Stato, sgonfiatesi nel giro di poche ore. Il primo, dopo un sabato scoppiettante, si è consegnato ad un inusuale silenzio mentre i deputati di cui è capogruppo firmavano in massa il documento messo a punto da Paolo Romani e che in sostanza difende il patto del Nazareno impegnando gli azzurri a votare alla Camera le riforme costituzionali, e al Senato la legge elettorale prima della scelta del presidente della Repubblica. Ovvero il contrario di quanto sostenuto ieri l’altro dal capogruppo azzurro prima di essere rampognato da Silvio Berlusconi.
Il vuoto si è d’altra parte creato anche intorno all’ex segretario della Cgil. Una conferma di quanto scarse siano nel Pd – e in quello che ancor prima erano i Ds – le simpatie che incassa il Cinese lo si deriva dalle dichiarazioni di solidarietà. Se si escludono le immancabili prese di posizione di Fassina e Civati – più o meno quasi sempre favorevoli a tutto ciò che può dar fastidio a Renzi – il silenzio è assordante. D’altronde buona parte degli esponenti del ”correntone” che nel 2001 tentò la scalata alla segreteria dei Ds, e che fu sconfitto da Fassino, è ormai fuori dal Pd o in pensione.
CLASSE

«Tra me e Cofferati il principale dissenso è che lui ama Verdi e io, da buon meridionale, Bellini», disse Massimo D’Alema nel momento più soft dello scontro dell’allora premier con il segretario della Cgil. Era il 1999, anno in cui, per qualcuno la sinistra perse la sfida riformista consegnandosi su articolo 18 e pensioni, al sindacato che qualche anno dopo portò in piazza tre milioni di persone. Quella ferita con l’allora classe dirigente della sinistra – che ha accumulato così un ritardo ventennale di cui pare essere consapevole – non sembra essersi chiusa e l’ex sindaco di Bologna ha ormai messo nel conto di iscriversi da indipendente al gruppo pd di Strasburgo o di veleggiare altrove. Il Patto del Nazareno regge e la sensazione che lo spazio per le mediazioni interne dentro al Pd come in Forza Italia si sia chiuso, deriva dai passaggi in corso che danno per scontato il voto da parte dei partiti della maggioranza più FI, alla Camera sulle riforme costituzionali e al Senato sull’Italicum. L’appello della Serracchiani ai grillini affinché votino la legge elettorale, costruisce il tentativo promesso da Renzi di coinvolgere su Italicum e Quirinale uno schieramento il più ampio possibile. E’ probabile che all’appello rispondano solo gli ex grillini o parte di essi, ma resta comunque il dato della mano tesa. Anche in FI si guarda oltre, e al prossimo incontro tra Berlusconi e Alfano che ieri ha lanciato l’idea di un capo dello Stato di «centrodestra». Mossa che ha fatto storcere il naso a molti azzurri che, con Osvaldo Napoli, temono abbia «l’unico scopo di far saltare il Patto del Nazareno». Resta il fatto che il Cavaliere, sempre molto pragmatico, ha archiviato le antiche ruggini con l’ex delfino che vedrà domani. Berlusconi ha tutto l’interesse ad ampliare il fronte moderato malgrado non abbia nessuna intenzione di cedere lo scettro.
QUINTE

La girandola dei possibili papabili è stata aperta qualche settimana fa dallo stesso Berlusconi che ha lanciato Giuliano Amato. Il nome dell’ex presidente del Consiglio è ancora in testa ai borsini, ma la partecipazione, ieri l’altro, a un pranzo a palazzo Grazioli dimostra forse quanto poco il diretto interessato creda all’eventualità di una sua elezione al Colle più alto. Qualche possibilità in più sembra averla Sergio Mattarella, collega di Amato alla Consulta e che ai tempi della Dc veniva chiamato «la talpa» per la sua capacità di lavorare dietro le quinte senza clamore. Mattarella ha dalla sua essere stato già votato da FI (come giudice) e di essersi da tempo defilato dalla politica attiva. Il fatto di essere stato uno dei cinque ministri che nel 1990 si dimisero contro la legge Mammì gioca a suo sfavore perché, come spiegava giorni fa alla Camera Calogero Mannino, dimissionario assieme a Mattarella da ministro del governo Andreotti, «a me Berlusconi lo ricorda ogni volta che lo incontro». Della rosa fanno ancora parte Fassino e la Finocchiaro anche se quest’ultima soffre del peso di una fan d’eccezione che dice di sognarla: Francesca Pascale. In movimento da tempo è invece il sindaco di Torino che, carattere a parte, ha ottime credenziali anche internazionali nonché il nihil obstat del Cavaliere e il suo buon rapporto con Sergio Marchionne.

Il Messaggero