La regola di al Sisi, più ufficiale che gentiluomo: «Negare sempre»

Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi delivers a statement following a meeting with French President Francois Hollande at the Elysee Palace in Paris, November 26, 2014. REUTERS/Philippe Wojazer

Negare sempre. Abbia ragione o no su Regeni, ed è dura pensare che ne abbia, il feldmaresciallo Abdul Fatah Said Hussein Khalil Al Sisi usa la stessa tattica ogni volta che va in difficoltà: l’evidenza non è mai una prova, le prove non sono mai evidenti. Lo si vede quando il terrorismo colpisce gl’interessi imprescindibili del turismo egiziano e la reazione è automatica. Esplode nei cieli del Sinai, ottobre scorso, un aereo di turisti russi? Al Sisi conosce bene la penisola, di cui è stato governatore, e per giorni la linea ufficiale è che si tratta d’un incidente: ci vuole tutta l’ira di Putin, per ammettere infine (e neanche del tutto) che è stata una bomba dell’Isis. Attaccano a gennaio un resort di Hurghada? La versione delle autorità egiziane è che s’è trattato d’ una rapina, e poco importa che i villeggianti abbiano sentito gl’invasati gridare «Allah è grande!».

Basso profilo, solo all’apparenza
Figurarsi se ci sono di mezzo i servizi: per anni nelle gerarchie dell’intelligence, fino a diventarne il capo, placido galleggiante dell’era Mubarak, Al Sisi fu nominato dai Fratelli musulmani quarantaquattresimo ministro della Difesa nella storia dell’Egitto indipendente e già allora stupì la sua «giovane» età (57 anni: un ragazzino, nel cerimoniale giurassico dei vertici militari) oltre che la sua provenienza non dall’accademia militare, ma proprio dallo spionaggio. L’impenetrabilità è la sua forza. Se ne accorse il presidente islamista Morsi, che nel 2012 lo volle ministro al posto del giubilato generale Tantawi, considerato dalla fratellanza «troppo amerikano»: ad Al Sisi bastarono undici mesi per liberare alcuni poliziotti rapiti nel Sinai, diventare una specie d’eroe dell’orgoglio nazionale ritrovato, organizzare il golpe e incarcerare lo stesso Morsi, condannandolo a morte. «Un timido che ama il basso profilo», lo descrisse una volta il giornale Al Ahram: così basso da passare inosservato negli anni giovanili d’addestramento alle scuole militari inglesi, nei suoi master in Pennsylvania, nei suoi buoni rapporti coi consiglieri militari di Obama. Quando arrivò al governo, la sua indecifrabilità e il suo curriculum da milite ignoto trassero in inganno perfino il premio Nobel per la pace egiziano, El Baradei, che lo presentò al mondo come una normale prosecuzione del potere dei Fratelli musulmani. Molto giocò la storia dei test di verginità: dopo la caduta di Mubarak, alcune donne di piazza Tahrir rifiutarono di farsi visitare da alcune infermiere e «dimostrare» – come richiesto dalle autorità militari – d’essere state violentate dai soldati egiziani di guardia alla piazza. Di fronte alla furia di molte rivoluzionarie, Al Sisi abbozzò, ammise quei test e ne difese la legittimità («li facciamo per proteggere le donne dagli stupri»). Fu coperto di critiche – «oscurantista!» -, ma ai più sfuggì l’ovvio. Ovvero he il feldmaresciallo non aveva voluto difendere le tradizioni islamiche, bensì la cosa che più gli premeva: i suoi soldati. Più ufficiale che gentiluomo, la storia di questi anni ci ha mostrato il vero volto della Sfinge.

Il rispetto dei diritti civili? Non è il suo forte
Un aspirante Nasser senza il nasserismo. Un cultore discreto della personalità, che non disdegna l’adulazione dei bancarellisti quando vendono nelle strade del Cairo i gioielli Al Sisi, i cioccolatini Al Sisi, i datteri Al Sisi. Silenziatore a ogni costo, anche di guastare storiche relazioni coi russi o gl’italiani. Abile tessitore di rapporti con nemici storici come gl’israeliani, che dopo le diffidenze dei primi tempi lo considerano una garanzia. Movimentatore di capitali coi suoi progetti faraonici d’una nuova capitale meno invivibile, coi 13 miliardi investiti nel raddoppio del Canale di Suez, nonostante al Cairo ci siano intere aree che restano per molte ore senza luce, nonostante la piccola economia quotidiana degli egiziani sia sull’orlo del collasso. Il rispetto dei diritti civili non è il suo forte, per usare l’eufemismo di due anni fa del Dipartimento di Stato Usa: in un suo vecchio e mediocre libello su «Democrazia e Medio oriente», ora ripubblicato, il generalissimo arriva quasi a sostenere che le due cose sono incompatibili, causa la troppa povertà e la scarsa istruzione delle masse. Il suo pensiero s’è ben visto in questi anni con le stragi in piazza di centinaia d’islamisti, le sparizioni di massa, i processi ai giornalisti, le ong esiliate in Tunisia, i 54 articoli delle sue leggi speciali antiterrorismo che comminavano dieci anni di galera a chiunque s’opponesse in piazza, 65mila dollari di multa a chiunque osasse anche soltanto contraddire il governo. «Eravamo diventati la patria di pochi, siamo ridiventati la patria di tutti», disse Al Sisi alla vigilia dell’ ultimo 25 gennaio, la data che doveva celebrare i cinque anni di piazza Tahrir e invece ha segnato la fine di Giulio Regeni. E poi: «L’Egitto di oggi non è l’Egitto di ieri, stiamo costruendo insieme uno Stato civile moderno e sviluppato». Ce ne vuole ancora, per convincere il mondo.

Corriere della Sera