La rabbia di Renzi: sono rimasto io non lascio lo stadio ai violenti

MATTEO RENZI 7

ROMA «Perchè non sono andato via, l’altra sera, dalla tribuna dell’Olimpico? Perché io non me ne vado. Non lascio lo stadio a loro, ai violenti». Parla così, ed è angora sgomento, Matteo Renzi, il giorno dopo. Ha ancora l’inferno della partita Fiorentina-Napoli nei propri occhi, e se li stropicciava ogni tanto lassù in tribuna quasi a non voler credere a quello che stava osservando e che era difficile da capire in quel clima di bolgia e di paura. Adesso, non vorrebbe parlare, ma ne ha parlato tanto con la moglie Agnese e con i figli che erano con lui in tribuna, di quel delirio andato in scena sul campo tra petardi, bombe carta e inammissibile negoziato Hamsik-Genny ’a carogna, più la scia di sangue che da Tor di Quinto si faceva sentire dentro lo stadio. E poteva trasformarsi in vendetta. No, non ne vorrebbe parlare il premier, perché da premier sente la vergogna dell’accaduto con particolare sensibilità. E i fischi bipartisan contro l’Inno di Mameli, da parte delle due curve pronte a scannarsi fino a un attimo prima e poi unite nel ripudio incivile dell’idea di nazione? «Roba da tapparsi le orecchie, un oltraggio che non si poteva sentire», è lo sfogo di Renzi. 
LA PARTITA DEL BIMBO 
Pubblicamente il capo del governo, ieri, non ha voluto trattare l’argomento Olimpico. «Di calcio non parlo», ha ripetuto a tutti durante il suo giro nelle zone alluvionate delle Marche. In questo suo atteggiamento c’è anche la consapevolezza che il calcio è un tema che divide, che infuoca e che spesso mette a nudo la faccia peggiore dell’Italia. Ma questa è l’Italia: negli occhi di Renzi all’Olimpico c’era la visione di questa verità antropologico-culturale che fa soffrire lui come tutti. 
Ora, con i più intimi, il premier fa un piccolo racconto personale che vorrebbe essere edificante: «Stamattina, sono andato a vedere la partita di mio figlio. L’entusiasmo dei ragazzi e dei genitori della Settignanese: quello è il calcio». L’altro calcio però esiste, eccome, ed è quello della nottataccia dello stadio Olimpico. Si vedeva dal labiale, sugli spalti, Renzi ha ripetuto più volte: «Sono matti». La pazzia di Genny ’a carogna – o meglio l’odio diffuso di cui lui è uno dei tanti volti anti-eroici e purtroppo coccolati – si legge nella t-shirt con su scritto: «Speziale libero». E ieri il premier ha telefonato alla moglie di Filippo Raciti, l’ispettore di polizia ucciso nel 2007 nello stadio di Catania: «Signora, sono Matteo Renzi. Voglio dare a lei e ai suopi figli la mia solidarietà personale e istituzionale per quella scena inqualificabile e dolorosa che abbiamo visto all’Olimpico». 
Nella tribuna delle autorità, insieme al presidente del Senato, Piero Grasso, e al numero uno del Coni, Giovanni Malagò, frastornati quanto lui, Renzi l’altra sera si faceva dare informazioni. Ha chiamato anche il ministro dell’Interno, Alfano (e pure ieri i due si sono sentiti più volte). Lì per lì, lui come i suoi vicini di posto, il premier non si è accorto – perchè non poteva immaginarselo – che fosse in corso una trattativa con la curva dei napoletani per avere da Genny ’a carogna il permesso di far cominciare il match. Momenti in cui nessuno sembrava capire nulla. Ed era svanita la gioia di godersi una serata di sport, in piena concordia calcistica e anche politica, almeno a giudicare dal saluto affettuoso che Renzi si è scambiato con Francesca Pascale, la fidanzata di Berlusconi, super-tifosa del Napoli seduta a poca distanza dal premier con la sciarpa degli azzurri intorno al collo e un’amica con bambino al fianco. Poco dopo il saluto Matteo-Francesca, un’altra sequenza di segno opposto: alle spalle del premier, c’è una ragazza che sta piangendo per ciò che era accaduto e per quanto sarebbe ancora potuto accadere. Ma sono restati tutti lì, sugli spalti, pietrificati. Compreso Renzi. Che ieri, ripensandoci, ha più volte ripetuto: «Quello non è il calcio. Quello è follia collettiva!». 

IL MESSAGGERO