La promessa di Renzi: non tocco il ceto medio

PD: RENZI, C'E UNA SINISTRA OSSESSIONATA DA DENARO

Matteo Renzi non ha preso bene la fuga di notizie sul presunto giro di vite per tutti i dipendenti pubblici. Compresi i semplici impiegati. «Io non colpisco il ceto medio. Ho sempre detto che restituiamo a chi ha dato e togliamo a chi ha avuto troppo. E questo non è il caso degli impiegati», ha tuonato il premier, che ha letto nella fuga di notizie una sorta di «sabotaggio» da parte degli apparati. Di quella «burocrazia lenta e inefficiente» che intende colpire. «La reazione dei mandarini sarà furiosa», è la previsione di Renzi che in queste ore gioca una partita decisiva.
«SERENO E DETERMINATO»

Un incidente di percorso che non ha appannato la soddisfazione del premier per il sì di Camera e Senato al Documento economico finanziario e, soprattutto, il sì alla decisione di rinviare di un anno il pareggio di bilancio. «Ben vengano anche i voti di Sel e dei transfughi grillini», ha osservato Renzi, per nulla impressionato dalla polemica sollevata da Forza Italia per il presunto soccorso rosso in Senato. Del resto se a palazzo Madama (dove i numeri sono risicati) la maggioranza si allarga senza la necessità di fare concessioni, il premier non può certo protestare. Anzi.
Quella di ieri per Renzi, insoddisfatto dalle prime bozze del decreto, è stata un’altra giornata di passione. Un altro giorno speso in un interminabile vertice con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, mister spending review Carlo Cottarelli e la pattuglia renziana composta da Graziano Delrio, Yoram Gutgeld, Luca Lotti, Maria Elena Boschi. Tutti impegnati a limare fino alle otto e mezza di sera tabelle e tagli. E a litigare con i ministri di spesa cui è stato chiesto il giro di vite. La più agguerrita è stata Beatrice Lorenzin, su cui si è abbattuta la richiesta di tagliare 868 milioni quest’anno e 1,5 miliardi il prossimo. La ministra della Sanità ha fatto presente che la sforbiciata metterebbe a rischio la definizione del Patto della Salute con le Regioni e la possibilità di rinnovare i livelli essenziali di assistenza fermi ormai da anni. Solo oggi, in Consiglio dei ministri, si capirà com’è finirà. Tra l’altro ancora in serata, vista la delicatezza e la difficoltà della trattativa, la riunione del governo chiamata a varare il decreto taglia-Irpef non era stata convocata. Renzi scioglierà la riserva soltanto questa mattina.
Ma torniamo alla mancata sforbiciata per i dipendenti pubblici fino al 75%, rispetto al tetto di 240mila euro (il taglio si fermerà al 60%, a quota 96mila euro annui). Il premier si è infuriato perché, proprio nel momento in cui “restituisce” 80 euro al mese ai redditi bassi e dà un “bonus” anche agli incapienti, ha letto nella fuga di notizie il tentativo di creare allarme e malcontento in quel ceto medio cui punta per incassare un buon risultato alle elezioni europee del 25 maggio. «Compiere una scelta di questo tipo», affermano a palazzo Chigi, «sarebbe stato suicida e contraddittorio. Dunque, non se ne parla e non se n’è mai parlato».
IL GIRO DI VITE

Si parla eccome, invece, di tagli alla pubblica amministrazione. In particolare il premier ha voluto inquadrare nel mirino le spese della Difesa, stabilendo anche una piccola riduzione (150 milioni) del piano di acquisto dei caccia F35. E ha impugnato le forbici imponendo i famigerati tagli lineari (tra il 2 e il 3,5% per cento) alle società a totale partecipazione pubblica diretta o indiretta. Poi, come anticipato poche ore prima, ha fatto inserire nel decreto la fatturazione elettronica e l’incrocio delle banche dati «per stanare gli evasori fiscali». In arrivo anche norme per spremere le società municipalizzate ed «efficientare» (il termine piace un mondo al premier) l’uso degli immobili pubblici. Più il limite di 5 autoblu per ogni ministero e l’obbligo per le amministrazioni di mettere on-line tutte le spese («fino all’ultimo euro») entro 60 giorni.
Il rinvio del pareggio di bilancio, votato ieri dal Parlamento, apre invece una partita di medio termine. E la mossa di Renzi e Padoan è in qualche modo in azzardo. Il premier e il ministro dell’Economia hanno inviato la lettera a Bruxelles nel momento in cui la vecchia Commissione ha fatto gli scatoloni e la nuova non è neppure in vista: il futuro governo europeo si insedierà in autunno e la speranza (l’azzardo) di Renzi e Padoan è che alle elezioni del 25 maggio vinca il Partito socialista europeo (Pse). In questo caso il leader del Pse Martin Schulz, che l’ex sindaco di Firenze ha avuto modo di sondare in almeno tre occasioni, nel ruolo di presidente della futura Commissione diventerebbe un prezioso alleato. Schulz parla infatti da tempo il linguaggio di Renzi, sollecitando maggiore «ragionevolezza» e «flessibilità» nell’applicazione dei parametri europei.

Il Messaggero