La polmonite di Hillary può cambiare la dinamica elettorale?

Hillary Clinton attends the Heads of State luncheon at the 67th General Assembly of the United Naitons, held at the UN Headquarters in New York City

Una polmonite a 68 anni, può portare a qualche complicazione. Una polmonite a 68 anni che colpisce Hillary Clinton, può cambiare la dinamica di un’elezione, e potenzialmente la storia del mondo? Le reazioni al malore della candidata democratica, e alla diagnosi del suo dottore, oscillano in quest’ampia gamma di varianti. Dalla più bonaria alla più tremenda. Si va dalla fredda constatazione medica di una patologia non particolarmente pericolosa o invalidante, fino a scenari via via più inquietanti. Questi ultimi non sono solo una prerogativa della destra, ovviamente interessata a sfruttare ogni debolezza della Clinton. A sinistra c’è un sentimento che riecheggia la vecchia battuta italiana secondo cui “la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”. In questo caso: l’incidente sanitario verificatosi durante la commemorazione dell’11 settembre a New York, coincide con una fase in cui già Hillary stava perdendo quota nei sondaggi. Il suo margine di vantaggio si era ridotto a livello nazionale, e alcuni Stati-chiave come la Florida erano tornati ad essere “contendibili”, in bilico, forse a portata di vittoria per Donald Trump.

La recente flessione nei sondaggi era più un indebolimento della candidata democratica, che un rafforzamento del suo avversario. Qualcosa di negativo stava già accadendo e la polmonite rafforza la narrazione di Trump su due punti: primo, il tycoon newyorchese aveva già cominciato a insinuare dubbi sulla salute della rivale, dubbi amplificati dai social media di destra che ricordavano un precedente malessere al termine del mandato di segretario di Stato; secondo, il fatto stesso che Hillary avesse smentito di star male, per poi cedere improvvisamente e ammettere in ritardo la diagnosi della polmonite, rafforza la narrazione sulla sua “disonestà”, un tema costante degli attacchi di Trump. E questo tema – “crooked Hillary” – era già un fattore potente dietro il calo della democratica nei sondaggi. Lo scandalo delle email e della Fondazione Clinton la danneggia proprio su questo: la destra sta riesumando la vecchia immagine di Hillary cinica, spregiudicata, pronta ad aprire le porte del suo Dipartimento di Stato a chi faceva congrue donazioni alla Fondazione.

Poco importa che Trump abbia più volte ammesso di avere giocato lo stesso gioco dall’altra parte della barricata, il “pay-to-play”, pagando i politici per ottenere accesso e ascolto. Poco importa che, in quanto a bugie, Trump abbia dei record ineguagliabili (vedi la sua famosa menzogna sui “musulmani del New Jersey che festeggiavano in piazza quando caddero le Torri Gemelle”). Poco importa, infine, che sulla salute il 70enne Trump sia ancor più reticente e avaro di informazioni; così come sulla sua dichiarazione dei redditi. Questa è una sfida asimmetrica per tante ragioni. La prima è che quando soffia un vento anti-establishment, una esponente del ceto politico come Hillary viene giudicata più severamente di un outsider come Trump. Una seconda asimmetrìa, per quanto ingiusta, si collega con il maschilismo di fondo che ancora pervade una parte della società americana, per cui una donna viene giudicata con criteri più severi. Nelle recenti interviste parallele in tv, dedicate alla sicurezza nazionale, Trump ha potuto elogiare Putin senza che la destra si scandalizzasse; mentre a Hillary hanno rimproverato di “non sorridere abbastanza” (parlando di Siria!). Infine, sta di fatto che per quanto ambedue siano non giovanissimi, e poco trasparenti in quanto a bollettini medici, ad avere un cedimento di salute è stata lei, non lui. La sfortuna conta. E potrebbe contribuire ad alterare gli equilibri in una competizione elettorale che comunque si stava
già riaprendo. Il 26 settembre, quando i due si affronteranno nel dibattito televisivo, c’è il rischio che una parte degli elettori facciano più attenzione alle occhiaie e alle rughe di Hillary, all’eventuale colpo di tosse, che non alla sostanza delle sue posizioni.

La Repubblica