La paura del Papa: essere un pericolo per i suoi fedeli

CSI DA PAPA FRANCESCO

CITTÀ DEL VATICANO Papa Francesco sa benissimo di essere il bersaglio numero uno al mondo ma, come dice lui stesso, vive questo passaggio storico «con una bella dose di incoscienza». Bergoglio l’unica cosa che teme davvero, non è tanto di essere considerato un obiettivo dal terrorismo, ma di essere un potenziale pericolo per i fedeli, perché se mai vi dovesse essere un attentato contro la sua persona, il rischio che altri possano subire danni resta alto, e questa eventualità lo angoscia. Tornando dalla Turchia, in aereo, rispondendo ad alcune domande sul tema sicurezza, Francesco con la consueta sincerità, aveva manifestato i suoi timori. Di per sé, l’essere finito tra gli obiettivi dei fanatici, non lo sconvolge. Lo aveva messo nel conto. Ma nel caso dovesse essere colpito, si augura che nessun altro venga ferito; confida solo di non soffrire troppo perchè – ha detto – «ha un po’ paura» della sofferenza fisica. Di una sincerità spiazzante, merce rara.
Il clima che prevale in questo scorcio storico, in Vaticano è di serena consapevolezza. Nemmeno i risultati dell’ultima inchiesta, stavolta portata avanti dalla Procura di Cagliari generano allarme. «Da quel poco che si dice sembra una ipotesi del 2010 senza seguito. Quindi la cosa non è oggi rilevante e non è motivo di particolari preoccupazioni» spiega padre Federico Lombardi, sulle ipotesi di progetto di attentato in Vaticano riferite dalla procura di Cagliari. Dunque l’ipotesi che non è di oggi, risale a quando sul Soglio di Pietro c’era ancora Ratzinger. Gli organi competenti, la Gendarmeria da una parte, e la Segreteria di Stato dall’altra, mantengono una attenzione costante, minuziosa, attraverso controlli discreti ma continui.
In questi giorni il capo della gendarmeria si trova all’estero. È volato in America Latina per preparare, assieme alle autorità locali, il complesso dispositivo sulla sicurezza previsto per proteggere il pontefice durante le trasferte nei tre Paesi che visiterà a luglio. Al di là del Tevere la consapevolezza di avere a che fare con un nemico insidioso è ben presente a tutti. Ma non sono di certo le minacce roboanti, né i toni intimidatori utilizzati dai miliziani dell’Isis ad allarmare. Il lavoro che viene fatto nei Sacri Palazzi per prevenire la minaccia è articolato e frutto di una stratificata collaborazione tra intelligence. Con diversi servizi dei Paesi arabi gli scambi sono costanti, e poi con gli Usa, Israele, la Spagna. Riflessioni, studi e analisi. Perché spesso più di che di segnalazioni di minacce vere e proprie, relative a rischi concreti e immediati, sono soprattutto scenari e prospettive a preoccupare. La materia è molto delicata, soggetta a mutazioni repentine, sicchè le analisi vengono aggiornate periodicamente in base alle notizie raccolte sul campo dalle intelligence.
«SICUREZZA ADEGUATA»Recentemente anche il ministro dell’Interno Alfano era intervenuto per assicurare che non vi sono «segni pratici visibili» di possibili azioni sul nostro territorio, anche se l’Italia è a rischio perché fa parte dell’Occidente e dei Paesi che combattono il terrorismo, e perché è il centro della cristianità. Sull’argomento si è fatto sentire anche il Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Parolin. «Il timore più grande è che possano essere coinvolte persone innocenti in attentati. Non mi sembra però di percepire una preoccupazione esagerata, certo bisogna stare attenti». Poi ha rassicurato sulle misure per proteggere il Papa, i fedeli, le strutture. «Credo che anche da un punto di vista della sicurezza ci siano delle garanzie, tutte le strutture che si occupano di sicurezza sono particolarmente attente ma non mi pare ci sia assolutamente un allarme. Siamo esposti come tutti a questa minaccia, come abbiamo visto anche in Francia. Siamo tutti esposti e abbiamo tutti paura ma il Papa è molto tranquillo in questo, basta vedere come incontra le persone con grande lucidità e serenità e apertura».

IL MESSAGGERO