La mia Roma da scudetto

WALTER SABATINI

Il cannibale del calciomercato non riesce a star fermo. E siccome adesso non può comprare (o vendere) nessuno, è tornato a parlare. Lasciando il segno, come sempre. Tutta la «potente» verità di Walter Sabatini condensata in 46 minuti trascorsi nella sala stampa di Trigoria, tra frecciate, battute, slanci filosofici (notevole quello sulla «vita segreta» di ognuno di noi per giustificare Maicon) e una fiducia smisurata nella nuova Roma costruita per vincere finalmente lo scudetto.

Soddisfatto dal mercato?

«Non sono mai totalmente sereno. Vivo dentro una dimensione di inquietudine permanente, ma sono sicuro che questa squadra possa essere competitiva, anche Garcia è contento. Questo non tacita la mia di vedere cosa si può fare. È la mia prerogativa, alla quale fatico a rinunciare: mi dà la forza di cercare, combattere, fare, ficcare il naso in faccende altrui. Sarà sempre così per me».

Intanto ha raggiunto tutti i suoi obiettivi?

«Volevo dotare la squadra di ruoli raddoppiati e a volte triplicati, tutto questo siamo riusciti a farlo. Ora ci aspettiamo dalla squadra la forza, la voglia e la convinzione di essere grande. Siamo stati pervasi dal dubbio dopo le amichevoli, ma la partita con la Fiorentina ha sgomberato il campo dalle ipotesi negative: la squadra per 60 minuti ha giocato il calcio dei migliori momenti dell’anno scorso».

La decisione più dolorosa dell’estate?

«La rinuncia a Taddei, straordinario ed esemplare professionista: c’era una fortissima spinta popolare e interna per la sua conferma. Pensate che disagio possa essere stato il mio nel comunicargli il non rinnovo. L’ho fatto perché dovevo, per prendere un giocatore di pari età con maggiore esperienza internazionale (Keita, ndr). È un dolore persistente. Ogni campagna acquisti comporta un saldo emotivo quasi mai positivo, ci riduce spesso a una situazione di sofferenza. Colgo l’occasione per ringraziare Rodrigo, spero che lui dia inizio a un ciclo trionfale che riporti la squadra della mia città, il Perugia, in serie A».

Strootman sarà il primo acquisto in corsa? È incedibile?

«Al momento lo è incedibile, ma bisogna contestualizzare. Con questo non dico che è in vendita: riceverà delle offerte, lo proteggeremo e lo difenderemo, però non so quello che succederà. Al momento il mercato su di lui lo stanno facendo gli altri, non la Roma, sono riverberi di stampa anglosassone. Aspettiamo che torni ad avere una condizione accettabile, dobbiamo avere pazienza ma lo aspetteremo, è determinante: sarà certamente un grandissimo acquisto».

Nel calcio di oggi, come fa a ritenere i giocatori incedibili?

«Parlo delle idee della società. Poi ci sono le coincidenze di mercato, che sono imprevedibili. Dovremo sederci a parlare, in quel caso. Una società sa sempre i giocatori che vuole cedere, la Juventus li conosceva e alcuni non è riuscita a venderli».

Quanto siete vicini a Rabiot?

«È un giocatore eccezionale, ci piace moltissimo e non possiamo non seguirlo: sarebbe una nostra defaillance. Sarà difficile prenderlo, lo tratteremo col Psg, senza aspettare una soluzione di acquisizione a parametro zero. Avremmo potuto acquistare in quel modo Sanabria, ma l’abbiamo fatto in accordo col Barcellona. Vogliamo lavorare con tutte le grandi realtà d’Europa alla stessa maniera, perché siamo una grande società e da tale ci comportiamo».

Tema Benatia, a lei lo svolgimento.

«Pallotta è già stato esaustivo e “tombale” nel definire la situazione. E il Bayern Monaco ci ha fatto sapere che gradirebbe la fine di questo conciliabolo pubblico. Aggiungo io qualcosa per restituire una quota di verità. Quando ho cercato Benatia lui aveva un’offerta da una squadra italiana (il Napoli, ndr) molto superiore alla nostra, ma ha accettato la nostra in maniera rocambolesca: ho dovuto inviare il mio collaboratore Beccaccioli a strappare una firma all’aeroporto di Parigi. Dopodiché Benatia ha ricevuto sollecitazioni esterne a gennaio e si è presentato dicendo di avere un’offerta importante, a mio giudizio più supposta che reale, e che sarebbe voluto rimanere alla Roma a certe condizioni. Se non si fossero concretizzate, si sarebbe sentito offeso e deluso dalla Roma: è come se io chiedessi 5 milioni adesso dopo aver chiuso una buona campagna acquisti. Gli abbiamo detto che quei soldi la società non poteva e gli abbiamo proposto un adeguamento consistente. Abbiamo sperato di tenerlo con noi fino a maggio e oltre, io dissi che il suo prezzo di sarebbe stato di 61 milioni perché facevo riferimento al “monolite” Benatia. Il ricavato di 28 milioni + 4 di bonus (il club ha ufficializzato in realtà la cifra di 26+4, ndr) è invece relativo al “simulacro” di Benatia, che non aveva forza, voglia e determinazione per essere il calciatore che abbiamo ammirato. Mi sono limitato a vendere un ottimo giocatore e un ottimo difensore può essere ceduto a questa cifra».

Pentito di aver definito il procuratore “un menestrello”?

«Sono stato generoso… ».

Come si pone una società di fronte a giocatori che dopo un anno di buone prestazioni vogliono rinnovare il contratto?

«Con un’angoscia totale. È un problema, ci sono sollecitazioni esterne, calciatori che hanno la pretesa e il diritto di voler rinegoziare i propri accordi. La trattativa con Pjanic è stata impegnativa, non potevamo perderlo a 0 e abbiamo dovuto accettare una legge di mercato. Poi tutto si aggiusta, si lavora e si trova un equilibrio.

Togliamoci l’altro dente: Maicon.

«Quando leggo che fa il furbetto per questioni economiche inorridisco, per venire qui ha rinunciato a tanti di quei soldi al Manchester City che difficilmente un professionista lascia. Gli dobbiamo rispetto, è stato ed è ancora un campione, c’è una Roma con Maicon e una senza di lui. Ognuno di noi vive tre vite, quella pubblica, quella privata e quella segreta, lasciamogli fare due “cosine” come vuole lui, posto che si metta a guidare il gruppo in allenamento. L’anno scorso ha giocato 28 partite di grandissimo livello, spesso è andato in campo prendendo antidolorifici, ha giocato in condizioni disastrose, ma ha voluto farlo per noi. Ora sta bene, contro la Colombia ha giocato una partita rilevante».

Lamela e Dodò, a lei tanto cari, sono andati via su richiesta dell’allenatore?

«Sono due calciatori fortissimi, ci metto anche Marquinhos, ma a volte sono costretto a fare scelte dolorose. Ho venduto Dodò perché ho avuto la convinzione che il ragazzo non avrebbe potuto crescere in questo ambiente che lo ha sempre bastonato: è stato ceduto prevalentemente per salvargli la vita».

Ci può dare una definizione per Iturbe?

«Un giocatore fortissimo, un fenomeno. Non lo sa ancora tanto bene, ha avuto un approccio difficoltoso perché ha cercato di capire i compagni e i movimenti lasciando da parte l’istinto. Troverà la sintesi».

La Roma ha mai pensato di cedere Destro?

«Ho ascoltato quello che girava intorno a Mattia, ho avuto alcuni incontri ma in cuor mio non c’era idea di venderlo. Per vanità, mi piace poter dire no a grandi offerte. Mi serviva capire come lo valuta il mercato, se lo chiedete a me, lo considero un grande centravanti. Capisco che in questo momento viva una situazione equivoca perché altri giocatori lo stanno superando ma sappiamo chi è Destro, farà molto bene».

Qualche club avversario la accusa di strapagare i giocatori.

«È uno strumento di difesa grossolano, la Roma paga i giocatori quel che valgono, a volte anche meno».

Perché ha lasciato libera una casella da extracomunitario?

«Ho preferito di tenere disponibile una piazza, che potrebbe essere decisiva per rinforzare la squadra a gennaio. Vivo di illusioni, oltre che di inquietudine».

Si riconosce nel fastidio espresso da De Rossi su Lotito?

«Mi inquieta un po’ parlare di lui, da romantico non posso dimenticare che è stato il mio presidente. Da Lotito pretenderei che non dica che qualcuno non può parlare perché dipendente. Quando apre bocca De Rossi sarà meglio che tutti lo ascoltino, non dice cose banali e non è stato offensivo. Il suo presenzialismo? Lo fa in contrapposizione con i tifosi della Lazio, ha titolo per farlo e mettersi anche la tuta della nazionale».

Questa Roma è più forte della Juventus?

«Come ha detto Garcia, non possiamo pensare che loro si siano indeboliti. Abbiamo fatto scelte che ci consentono di abbassare il gap che non è di 17 punti: nelle ultime partite della scorsa stagione abbiamo mollato un po’».

Lei parla di scudetto, Garcia è più prudente.

«Rudi non mi ha contraddetto, per divertire i tifosi come vuol far lui si vince il titolo. Confermo che una squadra che fa 85 punti e tende a migliorare deve necessariamente pensare allo scudetto. La squadra ha tutti i requisiti per lottare, ma non trascuro che le altre società si sono rinforzate».

Dove potete arrivare in Champions?

«La prossima settimana incontreremo la squadra più forte del girone. La meno celebrata, ma il CSKA è una squadra fenomenale ed è la migliore del gruppo in questo momento. Vorremmo vincere e misurarci con questi avversari. Non posso indicare alla Roma un obiettivo al ribasso: I calciatori sono forti, insieme costruiranno un’idea di loro stessi necessaria per poter affrontare i problemi».

Rinuncerebbe a un mese di sigarette per lo scudetto?

«No, suggeritemi una cosa alternativa. Un uomo può rinunciare a cose più importanti del fumo. E poi la sigaretta sarebbe celebrativa».

Il problema è che per festeggiare a modo suo gli servirebbe una stecca intera. Al giorno.

IL TEMPO