La Merkel caccia il capo degli 007 Usa

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È una decisione senza precedenti: il governo tedesco ha annunciato l’espulsione del rappresentante dei servizi segreti americani in Germania. Alla luce della scoperta di una seconda spia degli Stati Uniti in una sola settimana, individuata stavolta nel dipartimento politico del ministero della Difesa, per Angela Merkel non è stato possibile continuare a reagire a mezza bocca. E in realtà, secondo indiscrezioni, la mossa è maturata anche per colpa del comportamento degli americani.

Durante una conferenza stampa la cancelliera ha detto con malcelata irritazione che «dal punto di vista di una persona sana di mente, è una perdita di tempo spiare alleati e amici». E ha aggiunto poi di «vedere differenze sui principi molto grandi rispetto ai compiti che sono stati assunti dai servizi segreti dopo la guerra fredda». I rapporti tra Berlino e Washington, se una risposta soddisfacente non arriverà in fretta, rischiano di tornare al grande gelo di dieci anni fa, quando il cancelliere Schröder rifiutò di appoggiare Bush nell’intervento in Iraq.

Ieri mattina il capo della commissione di controllo parlamentare sui servizi, Clemens Binninger, ha spiegato che l’espulsione è stata «una reazione a una collaborazione chiesta da molto tempo per chiarimenti ma mai arrivata». Parole durissime, che secondo indiscrezioni rispecchiano anche lo scandaloso ritardo con cui il capo della Cia, John Brennan si sarebbe messo in contatto con il governo tedesco. Soltanto martedì, quando l’arresto della prima spia – scovata tra i dipendenti dei servizi segreti tedeschi, il Bnd – risaliva già a quattro giorni prima, ha telefonato al sottosegretario alla Cancelleria con delega ai servizi, Klaus-Dieter Fritsche. Per dire sostanzialmente nulla: che è troppo presto per parlare ma che Washington è disposta a collaborare per una soluzione della crisi. Parole simili, pare, a quelle dell’ambasciatore John Emerson, convocato nei giorni scorsi dal ministero degli Esteri per chiarimenti.

A nome della cancelliera, il suo portavoce Steffen Seibert, è ricorso dunque a formulazioni più dure rispetto ai giorni scorsi, persino rispetto a Merkel, precisando che Berlino «prende molto sul serio questi accadimenti», che «per la Germania è indispensabile che nell’interesse della sicurezza dei suoi cittadini e degli impegni delle forze in missione all’estero che ci sia una collaborazione stretta e di fiducia con i partner occidentali, particolarmente con gli Stati Uniti». Tuttavia, ha aggiunto, «è necessario a questo scopo che ci siano fiducia e trasparenza reciproca», ed è questo che si aspetta ora la Germania.

Anche il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier ha mandato un segnale di crisi. Il suo viaggio a Washington, previsto per la settimana prossima, è slittato. Sabato incontrerà il suo omologo americano John Kerry a Vienna, dove sono previsti colloqui sul dossier iraniano: sarà l’occasione per un primo chiarimento sul caso.

In Germania il dibattito sulle attività di spionaggio degli alleati d’oltreoceano non si è mai spento dallo scoppiare del caso Snowden, quando dalle informazioni pubblicate sui giornali americani e britannici ma anche dal settimanale tedesco «Spiegel» è emersa l’illimitatezza dello spionaggio del Nsa. La notizia che il telefonino della cancelliera fosse controllato da anni ha provocato un sussulto di indignazione nella diretta interessata, poi più nulla. Da tempo una commissione parlamentare indaga sullo spionaggio americano e sta chiedendo di sentire Snowden, ma finora il governo ha sempre risposto che se l’ex dipendente Nsa metterà piede in Germania, dovrà essere arrestato. Ma la sfida va avanti.

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