La Lega feroce sola contro tutti

pontida

VENT’ANNI dopo la marcia lungo il fiume “sacro”, trent’anni dopo il primo “raduno” a Pontida, la Lega di Salvini cerca di presidiare ancora il Po. Anche se oggi si tratta di un riferimento simbolico. Non è più il muro del Nord. Semmai, una barriera contro il Mondo. E anzitutto contro l’Europa. Salvini, d’altronde, si rivolge all’Italia e agli italiani. La sua, è la Lega dei tempi feroci, che evoca i muri. Per difendersi dalla burocrazia europea, dalla finanza globale. Dall’invasione dei migranti, che risalgono dall’Africa. E, spesso, finiscono il loro viaggio in fondo al mare. La Lega di Salvini è la Ligue Nationale, evocata da Salvini a Pontida, richiamandosi a Marine Le Pen. (Oltre che a Putin. Anch’egli baluardo anti-europeo.) Il rischio di questa Lega è di “perdere” il legame con il territorio. Riducendolo a un sentimento. Come ha rammentato Umberto Bossi, riapparso, accanto a Salvini, dopo le tensioni dell’ultimo periodo. Per riaffermare il suo sostegno al segretario. In nome dell’unità del movimento. E per ribadire che “la Padania vive nel cuore e nella testa della gente”.

A Pontida Salvini ha cambiato registro e strategia. Immagine e linguaggio. Perché oggi la politica è anzitutto immagine e linguaggio. Salvini, d’altronde, si muove bene in questo territorio mediale. In TV e sui giornali, compresi i rotocalchi di gossip, lui c’è ogni giorno. È un professionista della comunicazione. Fa ascolti. E sa come sottolineare i cambi d’epoca e di strategia (politica). Così è impossibile che i suoi interventi degli ultimi giorni, da ultrà politico, gli siano sfuggiti. Perché io penso che il leader della Lega non lasci nulla al caso. E la manifestazione che si è svolta ieri a Pontida è, per questo, significativa. Perché “segna” l’avvio di una Lega diversa, anche se coerente con le sue radici.

La Lega proposta da Salvini a Pontida è la “Lega dei tempi feroci”. Una Lega feroce, nel linguaggio e nell’immagine. Una Lega Nazionale, ma anti-nazionale, per progetto e identità. Come evidenziano, anzitutto, i “nemici” dichiarati “dal” leader. Prima e durante la manifestazione di Pontida. Per questo ha commentato la scomparsa del presidente Carlo Azeglio Ciampi con parole “impietose”. Prive della pìetas che, perfino in “guerra”, si riserva ai nemici. “Un traditore”, l’ha definito Salvini. In modo meditato e consapevole. Perché si attendeva e si attende esattamente le reazioni sollevate. Cioè, sdegno e, per chi come me ha conosciuto il Presidente, disagio. Per le parole pronunciate, ma anche per chi le ha pronunciate. Per Salvini, più che per il suo bersaglio. Tuttavia, si tratta di parole pesate – proprio perché pesanti. Pesantissime. Salvini ha ben chiaro chi fosse Ciampi. Il Presidente che ha sfidato il clima popolare antipolitico, diffuso negli anni dopo Tangentopoli. Ricordo bene quando, nel 1999, venne in Veneto e tutti pensavano che sarebbe stato travolto dalla contestazione. Mentre, al contrario, riscosse grandi consensi popolari. A Vicenza, Treviso. Nel cuore del Nordest padano. A conferma che la rivendicazione di indipendenza significava domanda di autonomia, non secessione. Salvini, dunque, attacca Ciampi perché era ed è il simbolo di uno Stato che suscita rispetto. Rappresentato dal Tricolore e dalla Festa della Repubblica. Simboli ed eventi rilanciati da Ciampi, dopo essere stati quasi dimenticati. Anche per questo Ciampi è la figura istituzionale che ha riscosso il maggior grado di fiducia presso gli italiani, negli ultimi vent’anni. L’80%, nel 2005. L’anno precedente alla scadenza del suo mandato. Nessun’altra figura pubblica, negli ultimi vent’anni, ne ha eguagliato i consensi. Ad eccezione, di recente, di Papa Francesco. Anch’egli, non per caso (di nuovo) marchiato da Salvini con un pollice verso: “Non mi piace”. Perché il leader leghista preferiva Papa Ratzinger. Benedetto XVI. Anche se mi riesce difficile immaginare che Salvini conosca davvero il pensiero e la riflessione dell’allievo di Romano Guardini. Tuttavia, il messaggio del leader della Lega è chiaro. Esplicito. Apertamente in contrasto con i principali riferimenti della fiducia nello Stato repubblicano e nell’apertura solidale agli altri.

La Lega di Salvini, invece, cerca consenso fra le pieghe della sfiducia e dell’insoddisfazione. Delle paure e della paura. Dei muri. In modo aperto ed estremo. Perfino estremista. Salvini intende marciare da solo contro tutti. Contro Renzi, ma soprattutto contro Grillo. Che gli sta sottraendo i voti del ri-sentimento popolare. Antipolitico. Per questo “lotta” contro Roma, Bruxelles e l’Europa. Ma anche contro Milano. Amministrata da Sala. Cioè, da Renzi. Milano, la città di Parisi. Leader di un Centrodestra “normale”. Troppo normale.Troppo simile e compatibile rispetto a Sala. Perché vent’anni dopo la marcia lungo il Po, il problema e l’obiettivo della Lega resta lo stesso. Anche se ridefinito. Perché Salvini ha nazionalizzato la Lega per “padanizzare” l’Italia. Ma, per questo, ha bisogno di alleati. Da solo non ce la può fare. Impossibile governare il Paese senza l’appoggio di Forza Italia. E, soprattutto, di Berlusconi. Perché Stefano Parisi è il clone di Beppe Sala. Tutto meno che un’alternativa a Renzi. Per “forzare” gli equilibri politici in Italia e, prima, dentro Forza Italia, Salvini cerca, dunque, di conquistare la leadership del Centrodestra post-berlusconiano. Senza “mediazioni” e mediatori. Per “non diventare schiavo di Berlusconi”, come ha sostenuto apertamente a Pontida. Mira, così, a spostare il Centrodestra e la Destra più a destra. Non solo nel Nord, ma in Italia. Una svolta possibile, ma rischiosa. Perché Marine Le Pen, ha fatto diventare il Front National primo partito in Francia cercando di interpretare un populismo
dal volto “più” normale. Meno aggressivo, comunque, rispetto al Fn di Jean Marie. Con il quale ha rotto ogni rapporto. Ma la Lega di Salvini rammenta, piuttosto, il Fn di Jean Marie. Per linguaggio e immagine: evoca gli ultrà. Rischia di spingere la Lega in curva. Nord.

La Repubblica