La Juve saluta Tevez: oggi la firma col Boca

Juventus-Rappresentativa Val d'Aosta amichevole

Come da nome di battaglia, in fondo Carlos Tevez non se n’era mai davvero andato dal suo Fuerte Apache, uno dei più spericolati barrio di Buenos Aires, fatto di pallottole e pallone. Le t-shirt con i nomi dei quartieri più poveri sotto la maglietta e sopra al cuore, mostrate a ogni gol, e la gallina mimata per irridere i nemici del River anche dentro lo Juventus Stadium, portavano sempre a casa: il Boca Juniors. Ci tornerà ufficialmente stamattina, quando la Juve e i dirigenti argentini avranno trovato l’accordo, già imbastito ieri sera a Milano, al primo incontro. Si balla tra i cinque-sei milioni di euro chiesti dai bianconeri e qualche talento offerto dal Boca. Ma la Carlitos way era tracciata, già al suo arrivo: «Faccio tre anni alla Juve poi tornerò a casa», disse. Ha solo tagliato i tempi, come spesso gli è capitato nella sua carriera randagia.

Hombre degli scudetti

Tevez non avrà rispettato il contratto, che sarebbe scaduto a giugno 2016, ma non ha mai abbandonato il sentiero di guerra: 50 gol in 96 partite, due scudetti, una Supercoppa e una Coppa Italia. Realizzatore e trascinatore, è uno che può diventare simbolo, non certo bandiera. Del resto, l’infedeltà era scritta nella sua storia, Boca a parte: due anni al Corinthians, in Brasile, un campionato al West Ham, due al Manchester United, quattro al City (ma solo perché saltò il trasferimento al Milan), due alla Juventus. Battaglia continua, in campo e fuori. Senza paura, come quando gli diedero il dieci di Alex Del Piero: «È una bella sfida – sibilò – perché Del Piero è stato un grande, ma paura non ne ho: presente com’è giocare alla Bombonera con la dieci di Maradona?» Nel barrio de La Boca, tra gente viscerale, caparbia e di cuore, teste calde un po’ come lui. Anche se a Torino ha (quasi) sempre fatto il bravo ragazzo: il massimo della spericolatezza fu un aereo perso a dicembre 2013, ma perché la moglie era ricoverata d’urgenza in ospedale. O quel «cagòn» sfuggitogli passando davanti a Massimiliano Allegri. Per il resto, gli allenatori l’hanno amato. Antonio Conte ci mise meno di un mese: «Su Carlitos ne avevo sentite tante, invece oltre il campione ho scoperto l’uomo. Uno che è assatanato pure quando c’è da difendere». Allegri, dopo la notte di Dortmund, passò direttamente alla mistica: «Tevez? Che Dio ce lo conservi».

Rivoluzionario

Per la Juve, Tevez è stato una piccola rivoluzione, se prima dell’argentino Conte aveva fatto fortuna con la congrega del gol: al massimo, i capocannonieri bianconeri in serie A arrivavano a quota dieci. Carlitos è andato avanti a raffiche: 19 gol il primo anno, 20 il secondo. Con stipendio da star, 5,5 milioni a stagione, e prezzo da outlet (9 milioni e 6 di bonus), strappato dall’ad Beppe Marotta e dal ds Fabio Paratici. Quel che non ha prezzo dev’essere la nostalgia di casa, che s’era fatta avanti già a primavera. Minuto 17 di Juve-Lazio, gol di Tevez: che festeggia mimando una gallina, presa in giro dei rivali del River, i Gallinas appunto. Cosa che, nel 2004, gli costò l’espulsione. Che ci volete fare, quella è la tribù: un’idea di calcio popolare, sporco e brutale. Con la faccia e i piedi di Martin Palermo e Juan Roman Riquelme. Due che finirono poi sui poster nella cameretta di Paulo Dybala: la Juve poteva ripartire meglio?

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