La commozione, poi lo sfogo: “Che rabbia, mi hanno umiliato”

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Se davvero Berlusconi è scoppiato a piangere, quando il caposcorta è corso a comunicargli il verdetto, bisognerebbe chiederlo ai vecchietti di Cesano Boscone, Istituto Sacra Famiglia, che l’ex premier in quel momento stava aiutando negli esercizi di lettura. Loro certamente non racconterebbero bugie. Sia come sia, di quella commozione più tardi è rimasta traccia solo nella nota ufficiale, dove si regala un grazie a tutti, dagli avvocati agli stessi magistrati che «nella grande maggioranza fanno il proprio lavoro silenziosamente, con equilibrio e rigore ammirevoli». Le lacrime del grande prosciolto si sono asciugate in fretta, al pari di quelle della fidanzata Francesca, e l’umore è cambiato altrettanto rapidamente. Non in meglio, come verrebbe da credere, ma in peggio.

Già nelle prime telefonate ai figli, quando era ancora in auto direzione Arcore, Berlusconi ha incominciato uno sfogo che, moltiplicandosi le chiamate (di Confalonieri, di Letta, di Casini, del mondo intero, con il centralino di Villa San Martino a un certo punto letteralmente impazzito), ieri sera aveva preso le sembianze di un torrente in piena. Un fiume di rabbia «per quello che mi hanno combinato in questi tre anni, per le infamie cui sono stato sottoposto come uomo politico e come padre di famiglia, per le sofferenze che hanno inflitto a me e a tutti i miei cari, per come mi hanno cacciato dal governo, per il modo in cui sono stato umiliato sul piano internazionale». L’assoluzione fa giustizia, d’accordo. Ma «troppo tardi», e comunque «ancora è troppo poco per risarcire un danno incommensurabile». L’ex premier sa che, per causa di Ruby, non tornerà mai più il Berlusconi di prima, e ieri ha passato il pomeriggio a lamentarsene.

Oggi però è un altro giorno. E come profetizzava un personaggio della cerchia ristretta, superato lo stress del momento valuterà la sentenza con occhio sereno, rendendosi conto «che per lui cambia davvero il mondo». Anzitutto, «non rischia più la galera» che con una condanna sarebbe stata dietro l’angolo, nel migliore dei casi come carcere a domicilio. Addirittura non gli servirà nemmeno più la grazia (invocata da quel guastatore di Brunetta) poiché tra qualche mese, al termine dei servizi sociali, avrà comunque espiato il suo debito. Secondo motivo per godersi la sentenza: casomai Silvio voglia chiamare qualche grande della Terra, è possibile che quello gli risponda senza timore di compromettersi. Il marchio infamante della prostituzione minorile è cancellato, sebbene l’avvocato Coppi abbia dovuto ammettere che le feste di Arcore tanto eleganti non erano, semmai molto mal frequentate.

Terzo, adesso Berlusconi è più forte. Avrà qualche motivo in più per esigere da Renzi il rispetto dei patti, che comunque intende onorare (lo promette pure nel comunicato). Più forte soprattutto dentro il partito. Dove viene glorificato con una gioia selvaggia, un’esultanza incontenibile che tutti contagia, dissidenti compresi. Anzi, sono proprio questi ultimi i più entusiasti, forse nella speranza di farsi perdonare. Nessuno ha negato la firma all’inno collettivo dei 58 senatori, salmodiato dal capogruppo Romani: «La tua grande avventura, Silvio, è la nostra avventura»… Cucchiaiate di miele purissimo che, per chi soffrisse di diabete, potrebbero risultare letali. Ancora è nulla a confronto dei deputati «azzurri» e del loro auspicio: «Berlusconi leader per cento anni ancora!». Da questo momento, ai loro occhi, l’ex Cavaliere è avvolto da un’aura di invincibilità esemplificata da una battutaccia di Storace: «Prima di darlo per morto, la prossima volta sarà meglio aspettare il quarto giorno…».

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