Kobe Bryant e quelle origini a Rieti troppo dimenticate

Kobe Bryant of the Los Angeles Lakers drives against the Memphis Grizzlies during their NBA game 33 at the Staples Center in Los Angeles, California on January 2, 2014.  The Grizzlies went on to win 109-106.                       AFP PHOTO/MARK RALSTONMARK RALSTON/AFP/Getty Images

No, non ci siamo dimenticati di Kobe. E poi proprio qui a Rieti? Dove nel lontano 1984, la dea bendata, il caso o come preferite chiamarli, sotto le spoglie di Richard Percudani, che già 8 anni prima aveva segnalato un certo Willie Sojourner, suggerì a Italo Di Fazi e Attilio Pasquetti, per la Amg Sebastiani Basket allenata da Nico Messina, tale Joe Bryant, padre di Sharya, Shaya e di un moccioso di sei anni che portava il nome dell’isola giapponese in cui si allevano pregiati manzi da cui si ottengono bistecche di tenerezza unica, che aveva assaggiato durante una vacanza insieme alla moglie Pamela, nonché futura madre di Kobe. Appunto.
Dunque, perché aspettare, mentre mezzo mondo, e anche qualcosa di più, si sperticava per saltare sul carro del vincitore, o meglio del ritirando, a celebrarne vita e miracoli – la morte, come suol dirsi, ancora lontanissima, lasciamola da parte – in maniera e misura, a nostro modesto avviso, sproporzionata, anche rispetto a come accadde per il mentore ed ispiratore per elezione dello stesso Kobe: ovvero sua maestà – visto che “his airness” (più o meno “sua ariezza” (cioè: da aria) è intraducibile – Michael Jordan?

Forse, più che di una dimenticanza, si è trattato di appropriato senso della misura. A pensarci bene, infatti, nel calcio, lo sport più diffuso sulla terra, un grande campione a fine carriera, come effettivamente lo è Kobe, non ha mai goduto di un addio così epico, eroico e universale, tanto da temere che da un momento all’altro, mercoledì notte, prima o dopo il match tra Los Angeles Lakers e Utah Jazz, qualcuno abbandonasse uno dei posti pagati fino a 27mila dollari, per avvicinare Kobe e farsi imporre le mani o benedire per ottenere un miracolo come se, invece che allo Staples Center, si fosse a Lourdes o a Medjugorje.
Mai visto nulla del genere per, citiamo a casaccio, Beckham, Zanetti, Trezeguet, Figo, Giggs, Ronaldinho, per non parlare di Pelè o Maradona che, però, non ha mai dato un vero e proprio addio perché, in un certo senso, si è tolto di mezzo da solo in altro modo. Mentre per Bryant, sinceramente, pur apprezzando uno dei più grandi cestisti mai visti sulla terra, l’impressione è che effettivamente si sia un po’ esagerato.

Vero è che gli Stati Uniti – giovane nazione, indipendente da neanche 250 anni, dopo che per più o meno altri tre secoli se la sono contesa inglesi, francesi e spagnoli per strapparla ai poveri pellerossa – hanno sempre sofferto la carenza del pesante retaggio storico degli antichi stati europei, per cui il paese a stelle e strisce è costantemente teso a creare la “propria” storia, con i suoi eroi, che possono essere non solo presidenti, uomini d’arte o di cultura, semplici militari morti a Pearl Harbour, in Normandia o in qualche altro conflitto sparso nel mondo, ma anche gente di spettacolo o personaggi dello sport come Elvis Presley, Joe Di Maggio, John Wayne o, appunto Kobe Bryant. E prima ancora Michael Jordan.

E qui casca l’asino, che non è nessuno dei due campioni. Ci mancherebbe. Infatti, tra il ritiro di Jordan (2003) e quello di Bryant ci sono 13 anni di differenza in cui internet, e tutti gli annessi e connessi (Facebook, Twitter, YouTube, Instagram, blog e chi più ne ha più ne metta), televisioni satellitari e piattaforme varie, senza parlare della proliferazione degli smartphone e dell’informazione in genere, hanno subito uno sviluppo esponenzialmente abnorme.
Bene, sommiamo il tutto ed ecco spiegato lo spropositato fenomeno dell’“addio di Kobe”, che per l’Italia ha senz’altro un significato particolare poiché il ragazzo, dalle elementari alle medie, è cresciuto, fisicamente, cestisticamente e culturalmente in Italia, tanto da non capire più lo slang dei giovani neri una volta ritornato definitivamente in patria. E in questa trafila su e giù per la nostra penisola, volenti o nolenti, Rieti ha acquisito di diritto la progenitura. Il ruolo di plantageneta.

E allora perché ricordare Kobe, come suol dirsi, solo dopo i fuochi? Forse per qualcuno, o per molti, anche intempestivamente? Probabilmente perché, memori dell’addio al basket che, pur nel paese in cui tutto fa spettacolo, venne tributato a Michael Jordan, non si prevedeva, anche per nostra miopia, il battage mediatico esploso attorno a Kobe Bryant. Perfino da parte di media che in precedenza non se ne erano occupati mai in Italia.
Probabilmente, in questa piccola porzione d’Italia che è Rieti, anche perché, dopo due decenni, fin troppe volte si è ascoltata la storia del “ragazzino che frequentò le elementari al marconi e a lisciano che stava sempre con la palla in mano che tirava tutto il giorno nel canestro sotto casa e attraversava la Terminillese per andare a giocare al campetto degli stimmatini e andava agli allenamenti del papà col quale si allenava e che non si filava nessuno e che alla prima partita di minibasket fece piangere tutti i bambini e arrabbiare i loro genitori costringendo il coach a farlo uscire piangendo e che all’all star game a Roma mentre faceva il raccattapalle per il padre nell’intervallo iniziò a tirare davanti a ottomila spettatori che lo applaudirono e che nessuno immaginava che sarebbe diventato ciò che è diventato”.

Ecco, la biennale agiografia reatina di Kobe, dai 6 agli 8 anni, è tutta qui. Poi seguirono un anno a Reggio Calabria, due a Pistoia e altri due a Reggio Calabria, Ed è in Emilia, e in parte in Toscana, che il ragazzo, comprensibilmente, ha sviluppato i ricordi più vividi e le amicizie più memorabili e durature. Ed è lì che prevalentemente torna in estate ad incontrarli, senza l’esercito di bodyguard e il suo staff a circondarlo, senza che la Nike gli imponga dove andare a promuovere il merchandising che porta il nome di Bryant.
In cuor suo ogni reatino che ama il basket desidererebbe che Kobe tornasse a Rieti, o che la citasse almeno una volta, ben al di là dell’apposizione del nome della città su un modello di scarpe, su 13 in totale, che la ricordano insieme alle altre città che hanno avuto una qualche importanza per lui. Come non esserne lusingati? Ci mancherebbe.
Probabilmente, anzi, sicuramente, grazie a Kobe, il nome di Rieti è circolato e circolerà come mai in tutto il mondo. E ciò è già tantissimo. Però Rieti vorrebbe qualcosa di più.

Kobe stesso a Rieti? Difficilissimo. Se si pensa che, senza scendere in particolari, nel 2003 un tentativo di conferirgli un riconoscimento da parte della città recandosi a Los Angeles – della serie non era la montagna che doveva andare da Maometto, ma Maometto che sarebbe andato alla montagna – naufragò per i febbrili programmi d’impegno del Black Mamba. Ed è per questo che nessuno lo ha mai saputo.
Adesso però, una volta iniziata la più che dorata pensione, a soli 38 anni – vallo un po’ a dire alla Fornero! Ma questo è un altro discorso – Kobe dovrebbe avere un po’ più di tempo e perciò – visto che pure il presidente della Fip, Gianni Petrucci, cogliendo al volo il recente proposito di Kobe di “venire in Italia per insegnare il basket”, lo ha invitato a luglio a Torino per presenziare al preolimpico della nazionale – si dovrebbe cercare di creare in qualche modo un approccio tra Bryant e Rieti.

Ecco dunque perché, più o meno colpevolmente, siamo a parlare un po’ in ritardo di Kobe, senza dubbio meno toccati dal suo lungo viaggio d’addio, trasformato in un vero e proprio carrozzone mediatico, su e giù per le altre 29 città sede di squadre Nba, che di fatto ha bloccato la ricostruzione dei Lakers, in realtà col cartello “lavori in corso” già da un paio di campionati.
Per Jordan non fu così, né per l’ultimo ritiro, cioè il terzo, a Washington, nel 2003, che Michael avrebbe dovuto evitare. Né per il secondo, nel 1998, quello vero, quando con l’ultimo tiro nell’ultima partita della stagione e della sua incredibile carriera, Jordan vinse il suo sesto titolo Nba. Roba da film in stile hollywoodiano che Michael trasformò in realtà. Quella partita fu giocata a Salt Lake City, contro gli Utah Jazz che, guarda caso, sono stati anche l’ultima avversaria affrontata da Bryant mercoledì notte e contro i quali ha segnato 60 punti in una partita dalle difese un po’ allegre, al termine di una stagione in cui i Lakers non hanno raggiunto i playoff.

In ogni caso, comunque sia finita, grazie Kobe per le emozioni che ci hai dato e per avere reso famosa Rieti al di fuori dei suoi confini.
Però, adesso, facci un’ultima grazia: senza fare torti a Reggio Emilia, Pistoia e Reggio Calabria, concediti anche a noi.

Il Messaggero