Klopp idolo anche a Liverpool: “E tutti dicevano che eravamo scarsi…”

Klopp

Il Cholismo ormai è una filosofia, Kloppheit è una parola che in tedesco non hanno ancora inventato e se cercate su google trovate appena un riferimento: eppure Jürgen (Klopp, appunto) è uno di quegli allenatori che, forse senza l’aura magica del comandante Simeone, è capace di diventare una superstar come e più dei giocatori che manda in campo. Non deve essere un caso che, dopo Dortmund, sia approdato a Liverpool: è diventato l’idolo in uno stadio che si colora interamente di giallonero in ogni partita, la sua ultima panchina al Borussia fece commuovere il mondo e adesso è lo straordinario trascinatore della folla anche ad Anfield Road. Basta rivedere le immagini dopo la partita con il Villarreal che regala ai Reds la finale di Europa League: lascia il campo agitando il braccio destro con uno scatto violento aizzando la folla che lo acclama. Passione è la parola chiave che lega la sua storia, la sue squadre, le sue esultanze, le sue vittorie. Potrebbero chiamarla Kloppheit, appunto.

la gioia — “Non so se sarà la finale perfetta quella col Siviglia – ha detto Klopp a fine partita -, di sicuro noi volevamo andarci. L’abbiamo meritato giocando un calcio spettacolare, soprattutto nei primi 30 minuti: è stata una notte emozionante, la mia squadra ha giocato una partita intelligente nel secondo tempo e dopo il 3-0 siamo stati di nuovo brillanti”. C’è spazio per la gioia e anche per una stoccatina: “Non possiamo dire che c’è bisogno di Klopp – ha detto a Sky – , perché io a questi livelli non ho mai giocato a calcio: sono i ragazzi che vanno in campo, è merito loro e sono felice di essere arrivato in questo club speciale”. E a BT Sport ha aggiunto: “Prima che io arrivassi qui si è parlato tanto di questa squadra: tutti i discorsi ruotavano intorno alla qualità e agli acquisti sbagliati. Ma io sono arrivato qui perché ero convinto che questo era un ottimo gruppo e ora siamo in finale”.
la storia — Se il Liverpool ce l’ha fatta, del resto, il merito è anche suo. Klopp anima le conferenze stampa con le risate e a volte con le parolacce, in campo subisce una trasformazione al secondo: le foto che immortalano le sue smorfie sono impietose. Questo, però, fa parte del personaggio. Poi c’è l’allenatore, quello che col Dortmund ha vinto due campionati e ha tenuto a lungo testa allo strapotere del Bayern arrivando alla finale di Champions senza i mezzi dei suoi ricchi connazionali (che strappano di continuo i migliori giocatori ai loro rivali); e quello che arrivato a Liverpool ha ridato senso a una squadra che si era completamente persa nell’anonimato senza Luis Suarez. All’indomani del pari con l’Everton, il 4 ottobre, dopo un campionato chiuso al sesto posto e un altro cominciato ottenendo appena 3 vittorie nelle prime 8 partite, Brendan Rodgers viene silurato: al suo posto arriva Klopp, che aspettava solo la chiamata giusta.

epica — Pareggia 0-0 col Tottenham all’esordio, la prima vittoria è uno schiaffo triplo a Mourinho, poi ne arrivano 4 al Manchester City e anche il successo sul Leicester di Ranieri. Ma i 43 punti nelle 27 partite di Premier, compreso lo smacco della sconfitta con lo United a gennaio, obiettivamente non sono un risultato esaltante. Ma questo Liverpool ha un’anima: perde la finale di Coppa di Lega col City solo ai rigori, conquista quella di Europa League scrivendo pagine esaltanti, tutte all’Anfield: il 2-0 al Manchester United (nella gara d’andata, poi al ritorno finisce 1-1), il 4-3 al Dortmund, quando al 65′ era ancora sotto 3-1, il 3-0 al Villarreal. “You’ll never walk alone”, appunto. Perché c’è la Kop. E c’è Klopp. E magari la Kloppheit.

La Gazzetta dello Sport