Juve pokerissimo, Campione d’Italia per la quinta volta di fila: con la sconfitta del Napoli è già Scudetto

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Uno scudetto da film. Hollywoodiano. Per le storie, gli eventi e il lieto fine. Non c’è trucco, non c’è inganno. E’ tutto vero. Nessuno avrebbe pensato che potesse essere possibile dopo 10 giornate, quando la Juve orbitava nella parte destra della classifica e la Roma comandava con 11 punti di vantaggio. Eppure è successo.

Il copione non era scontato. Sembrava tutto perso dopo la notte di Sassuolo. Sembrava, appunto. I segnali non era confortanti: al primo tiro in porta, in alcuni casi l’unico degli avversari, Buffon subiva gol. Girava tutto storto: gli infortuni, la preparazione sbagliata, quella «brutta aria» che respirava Allegri, finito sul banco degli imputati, gli addii ingombranti – dentro e fuori lo spogliatoio – di Pirlo, Tevez, Vidal, Llorente, Storari e Pepe. «Il rinnovamento non giustifica il 14esimo posto» aveva tuonato Andrea Agnelli durante l’assemblea degli azionisti del 23 ottobre.

Cinque giorni dopo la svolta: gli avversari e una parte della critica avevano già suonato il «de profundis», dando la Juve per spacciata. La sconfitta contro il Sassuolo, il punto più basso, sembrava la pietra tombale sulle ambizioni scudetto dei bianconeri. Lì sono saliti in cattedra i dirigenti, tutti nessuno escluso. Buffon ed Evra ci hanno messo la faccia davanti telecamere e taccuini. Sono andati in ritiro e tutti, senatori e nuovi arrivati, si sono guardati negli occhi, hanno parlato senza peli sulla lingua. E hanno fatto un patto: provarci, tenendo un profilo basso, lavorando sodo, ragionando una partita alla volta.

La svolta è stata anche tattica: Allegri ha accantonato il 4-3-1-2, rispolverando il 3-5-2, il sistema di gioco consolidato, quello che sposava meglio le peculiarità della rosa, perché Hernanes e Pereyra come trequartisti non funzionavano. E così è salito in cattedra Cuadrado, che all’ultimo secondo ha deciso il derby (2-1). Correva il 31 ottobre. Da quel momento in poi fino alla trasferta del Franchi è stato un crescendo rossiniano: 73 punti, 24 successi nelle ultime 25 gare in serie A (pareggio al Dall’Ara contro il Bologna), 3 soli gol subiti nel girone di ritorno.

Diverse le fotografie: dallo sfogo di Allegri contro il Carpi a Modena prima della sosta natalizia (il cappotto gettato) al record di imbattibilità di Buffon (974 minuti di fila con la porta inviolata, mai nessuno come lui), alle reti di Dybala (il picciriddu come lo chiamavano a Palermo diventato subito «grande», cancellando di fatto Tevez), doppio 1-0 contro Milan e Roma allo Stadium, passando per il sinistro di Zaza al minuto 87 che ha condannato il Napoli. Era la notte del 13 febbraio: un gol, tre punti e il primo posto in classifica consolidato, mai più mollato. Il resto è storia. In pochissimi l’avrebbe detto dopo la sconfitta contro il Sassuolo. Eppure è successo: chapeau. Cameriere, champagne. La festa per il quinto anno di fila è ancora qui. A Vinovo fra il divano e il campo di allenamento. Si sono ritrovati al quartier generale, fra le mura amiche, un giorno così lo potranno raccontare ai loro figli e ai loro nipoti.

Il Messaggero