Jihadisti, prime espulsioni dall’Italia

Masked Palestinian Members of Islamic Jihad

Allontanati dall’Italia per motivi di sicurezza. Sono una decina i decreti già firmati che dal primo gennaio 2015 hanno ordinato l’espulsione di cittadini stranieri sospettati di fare proselitismo e comunque di avere contatti con l’Isis. Individui pericolosi non graditi. Predicatori in cerca di adepti, ma anche cittadini con un profilo dubbio, ritenuti dal ministero dell’Interno eccessivamente vicini alle posizioni dell’estremismo islamico. Nella seconda metà del 2014 altri 13 cittadini stranieri erano stati rimpatriati per le stesse ragioni dopo le indicazioni del Ros dei carabinieri e dell’Antiteterrorismo del ministero dell’Interno.
I DECRETI
Risiedevano soprattutto nel Centro e nel Nord Italia i dieci immigrati espulsi nelle ultime due settimane dal Viminale per motivi di sicurezza nazionale. I nomi erano emersi durante l’attività investigativa del Ros dei carabinieri e dell’antiterrorismo. Soggetti nei cui confronti non c’erano sufficienti elementi per procedere all’arresto, nonostante l’attività di proselitismo e i presunti rapporti con la jihad. Il monitoraggio è avvenuto attraverso i siti ma non soltanto. Anche i luoghi di culto e di incontro non autorizzati sono stati, e continuano a essere, un punto di osservazione fondamentale per l’individuazione di presunte cellule. Ma in alcuni casi c’erano anche rapporti per nulla chiari con l’estero, segnalati ai nostri 007 dai servizi segreti stranieri. E quasi altrettanti, 13 in tutto, erano stati allontanati per decreto dall’Italia dalla fine di maggio 2014, dopo l’attentato al museo ebraico di Bruxelles, dove quattro persone sono rimaste uccise. Identiche procedure e medesime motivazioni: “sicurezza nazionale”, quelle previste nel 2005 dall’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu.
LE VERIFICHE
In Italia si compone di circa «un centinaio di nomi» l’elenco delle persone monitorate, tutti tra i 20 e 35 anni, in maggioranza magrebini, per lo più sono seconde generazioni già inseriti e residenti soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Veneto e Lazio. Qualcuno di loro è partito per la Siria e prima ancora per l’Iraq. Ma dopo i fatti di Parigi è come se sulla rete si fosse registrata una prevedibile impennata di contatti e commenti preoccupanti, che hanno fatto ulteriormente alzare la guardia. Intanto si esaminano le posizioni degli ex imputati nei 146 processi celebrati in Italia per eversione con finalità di terrorismo internazionale. Alcuni, anche assolti, sono andati a ingrossare la lista dei 53 ”foreing fighters”, come Anas el Abboudi, 22 anni, marocchino di origine, naturalizzato italiano. Anas viveva a Vobarno, in provincia di Brescia, padre operaio cassaintegrato, madre casalinga, frequentava una scuola professionale a Brescia; per la Digos, che ha indagato su di lui, era il fondatore della filiale italiana di “Sharia4”, un movimento ultraradicale islamico nato in Belgio nel 2010 su iniziativa del predicatore filo-jihadista Omar Bakri, alla ricerca di obiettivi da colpire nella sua città. Nel giugno 2013 Anas finisce in manette per addestramento con finalità di terrorismo ma dopo 15 giorni il Tribunale del Riesame, pur riconoscendo le sue posizioni radicali, lo rimette in libertà sostenendo che il giovane non fosse in procinto di compiere attentati o gesti di violenza. Anas sparisce a settembre 2013, lo ammette anche la famiglia che sostiene sia partito per Aleppo. Ad agosto scorso compare un post sul suo profilo facebook: «Il mio datore di lavoro è la jihad», nella foto Anas imbracciava un kalashnikov.
Da Roma, invece, sarebbe passato anche Giuliano Delnevo, il 23enne genovese convertito all’Islam e partito per combattere in Siria dove sarebbe morto nel giugno 2013. Delnevo si sarebbe fermato proprio nella Capitale, la prima tappa del viaggio che lo ha condotto nei luoghi in cui è stato ucciso.

Il Messaggero