Jet abbattuto, strage in Ucraina

Malaysia Airlines

Quarantotto,13 gradi di latitudine Nord e 38,6 di longitudine Est. Sono le coordinate terrestri della sciagura aerea che ha coinvolto il Boeing 777 della Malaysia Airlines (la stessa dell’aereo in volo da Kuala Lumpur a Pechino con 239 persone a bordo scomparso, e mai ritrovato, l’8 marzo) partito ieri alle 12,15 (italiane) da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur. A bordo 283 passeggeri, decine i bambini, e 15 membri di equipaggio: sono tutti morti.
NUBE DI FUMO
Il contatto con l’aereo è stato perduto quattro ore dopo il decollo poco prima che entrasse nello spazio aereo russo. Il Boeing è precipitato avvolto in una nube di fumo da un’altitudine di quasi diecimila metri il giorno 17 e la sua sigla era MH 17 ma sembra che la sua sfortuna sia legata al fatto di essere finito nel mirino di un missile terra aria, figlio della guerra tra separatisti russi ed esercito ucraino. I resti del jet e i corpi sono disseminati in un raggio di quattro-cinque chilometri nei campi intorno al villaggio di Hrabovo nel Donetsk ribelle nell’Est dell’Ucraina, a poche decine di chilometri dal confine con la Russia: intensa zona di guerra dove già alcuni aerei militari ucraini sono stati abbattuti. Poco dopo aver appreso dell’incidente, Lufthansa, Air France, Turkish Airlines, Transaero, British Airways, Aeroflot e Alitalia annunciano di aver disposto ai loro voli di evitare il sorvolo di quella zona. Divieto che sarà adottato dall’Eurocontrol al quale aderiscono 39 paesi europei. Ma l’annuncio che getta il mondo nell’angoscia è quello, intorno alle 18, ora italiana, di Anton Gerashenko un consigliere del ministero dell’Interno ucraino: «L’aereo è stato colpito da un missile lanciato da una rampa Buk». Si tratta di sistema missilistico in grado di lanciare una classe di missili terra-aria sviluppati dall’Unione Sovietica e dalla Federazione Russa capaci di abbattere qualsiasi oggetto volante, da un aereo a un drone, che voli entro una quota di 14 chilometri e ad una distanza massima di 30 chilometri. Il sistema è in dotazione sia alla Russia, che potrebbe averlo fornito ai separatisti, sia alle forze armate di Kiev. L’unica altra maniera di poter abbattere un aereo a quella quota è il lancio di un missile aria-aria montato su un caccia.
Poco dopo a parlare è un portavoce del ribelli filorussi il quale nega che i separatisti abbiano in dotazione armi in grado di raggiungere quell’altitudine. Ma ormai la miccia dello “sfruttamento” della tragedia è accesa ed ecco il presidente ucraino, Petro Poroshenko, affermare che si tratta di «un atto terroristico». Replicano i separatisti: ad abbattere il jet è stato un missile lanciato dall’esercito di Kiev.
LE NAZIONALITÀ 
Mentre i due fronti si rimpallano la colpa, dallo scalo di Schipol, ad Amsterdam, cominciano a filtrare le notizie sulla nazionalità dei passeggeri: oltre 150 olandesi, una ventina Usa, 27 australiani, almeno 4 francesi, altrettanti tedeschi, 6 britannici, 23 malesi, 11 indonesiani. Sia all’aeroporto di Amsterdam che in quello di Kuala Lumpur vengono attrezzate zone per accogliere i parenti delle vittime. In serata viene ritrovata la scatola nera e i separatisti, che controllano la zona, annunciano che è loro intenzione consegnarla alle autorità russe. «Rivolgiamo un appello a tutte le parti nella regione in cui l’aereo è precipitato, affinché forniscano pieno accesso al sito, in modo tale che possa essere messo immediatamente in sicurezza, di cooperare pienamente, e di condividere tutte le informazioni di rilievo» chiede l’Alto rappresentante della Ue Catherine Ashton che sollecita «un’indagine internazionale». Per sapere di che colore è il colpevole di una tragedia dai risvolti imprevedibili. 

IL MESSAGGERO