Italicum, sinistra pd in ordine sparso

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E adesso per l’Italicum strada tutta in discesa. Ma come, il Pd non si è appena spaccato di nuovo, con le minoranze uscite dalla sala al momento del voto? Tutto vero, tutto accaduto. Ma se si tolgono i calcinacci e si spazza la polvere, si scopre che da entrambi i fronti, maggioranza e minoranze, che si dividono nuovamente, si dà ormai per scontato che per la nuova legge elettorale è fatta, la rottura al gruppo non significa defezione al momento del sì alla legge, il disco verde insomma è assicurato. E non stanno lì a dirlo soltanto i Renzi, i Guerini o gli Orfini a suon di «è stato un bel dibattito, serio, approfondito, la rottura non è insanabile, siamo sicuri che nel Pd prevarrà la ragione politica e soprattutto la lealtà», hanno detto tutti più o meno con le stesse parole.
NIENTE IMBOSCATE
La novità vera è che a escludere imboscate è proprio il grosso delle minoranze dem. A partire dal capogruppo dimissionario Roberto Speranza, che nello stesso momento in cui lasciava la guida del gruppo, prometteva comunque «lealtà» alle scelte del medesimo. E il gruppo si è espresso: i 190 espliciti che hanno dato disco verde sono già maggioranza, a quella cifra vanno aggiunti le decine di assenti della maggioranza al momento del voto, e vanno aggiunti gran parte dei deputati di Area riformista che hanno già detto che una cosa è esprimere il dissenso nel gruppo, altra cosa in aula. A domanda precisa rivolta a Davide Zoggia, che fu a capo dell’organizzazione con Bersani, «se non passano i vostri emendamenti alla fine come voterete?», il deputato veneziano risponde secco: «Voteremo sì». Quanto a Bersani, l’ex segretario non sembra cedere: «Nessuna ritirata, daremo battaglia». Poi a Servizio Pubblico su La7 articola il discorso: «Non vogliamo far cadere il governo ma convincere a modificare il percorso». E ancora: «Non vado fuori dal pd, non esiste, è casa mia». Bersani porta il discorso su una questione di sistema che ieri ha riassunto così: «Non ci sto al sistema del “ghe pensi mi”», espressione berlusconiana che l’ex segretario pd prende a prestito. Poi spiega: «Non è che alle elezioni vincerà sempre il Pd, e se vincono altri si porrebbero problemi seri». Il ragionamento è che l’Italicum rappresenta «un’investitura» su una sola persona (o un solo partito)». Alla riunione del gruppo è stato ancora più esplicito: «In questo Paese c’è tanta robaccia sotto il tappeto pronta a venir fuori». «Sì, è la visione pessimistica propria di una certa sinistra che interpreta il proprio ruolo come baluardo di una democrazia che sempre altri mettono a repentaglio, è una differenza antropologica, culturale, che ha portato Bersani a perdere elezioni e leadership», replica Saverio Garofani, franceschiniano.
L’ex segretario non scende dalle barricate, ma anche il suo «non ci sto» non va letto come un no al momento del voto, piuttosto come il tentativo di intavolare una trattativa dura per modificare l’Italicum. Per il voto finale, difficile che un ex segretario voti esplicitamente contro la Ditta. Finanche un barricadero come D’Attorre mette le mani avanti e assicura: «Io richieste di voto segreto non ne farò, voterò alla luce del sole». Quanto a Speranza, per lui si prospetta il ruolo di anti Renzi al prossimo congresso, quando sarà. Per questo le sue dimissioni sono considerate irrevocabili, perché propeduetiche al nuovo ruolo che intende assumere di capo della sinistra interna.
GLI ALLEATI
Piuttosto, qualche problema potrebbe venire dagli alleati di governo come Scelta civica, ancora arrabbiati per i passaggi di tanti esponenti al Pd. Sotto la regia di Enrico Zanetti, Sc si riunisce oggi per far sapere che a loro l’Italicum non piace molto, e che se Renzi vuole il consenso dovrà però mostrare «più considerazione» verso l’alleato, facendo tornare Sc al governo quando si farà il rimpasto.

Il Messaggero