Italicum, sinistra Pd: al gruppo votiamo no E M5S offre un asse

Gianni Cuperlo

Si va da Gianni Cuperlo che sulle orme di Woody Allen esorta il premier, «provaci ancora, Matteo»; a Cesare Damiano che avverte «se Renzi non apre, non possiamo votare a favore», che significa non necessariamente contro, può essere astensione, o assentarsi. Ci sono anche i duri e puri, gli incendiari, il duo Fassina-Civati, che qualunque cosa succeda hanno già deciso: «L’Italicum non lo votiamo». Si annuncia all’insegna dello scontro, l’assemblea del gruppo pd alla Camera dove Matteo Renzi metterà ai voti il sì all’Italicum, ma già si annunciano tanti no, decine, una ottantina. Il premier segretario ha deciso più che per la linea dura, per l’intransigenza: ormai non si cambia più nulla, non c’è niente da cambiare, sia perché la legge va bene così com’è, sia perché cambiando si deve tornare al Senato e chissà come e dove e quando si finisce. Riprendendo gli stessi concetti usati il giorno prima da Giorgio Napolitano, Renzi avverte: «La legge elettorale non è il Monopoli, non si torna al Vicolo corto». Riproporrà la fiducia? Il tema sembra essere finito nel cassetto, troppo rischiosa e troppo dirompente. Ma con Renzi non si sa mai.
I DISSIDENTI
Ai dissidenti, il premier segretario chiederà di non presentare emendamenti, che è proprio la tattica bellicosa che alcuni dei barricaderi stanno invece elaborando: concentrarsi su un paio di modifiche su materie tali (meno capilista bloccati, più preferenze) da riuscire a coagulare un vasto fronte che, con l’ausilio del voto segreto, riesca a mandare sotto la maggioranza. Ma a quel punto si aprirebbero scenari da fine corsa e da elezioni anticipate. «Chi pensa che la pistola del voto sia scarica, non ha capito nulla», avvertiva alla Camera uno della cerchia renziana. E Marina Sereni, vice presidente di Montecitorio, spiegava a sua volta: «L’assemblea del gruppo pd è un passaggio cruciale per il prosieguo, o meno, della legislatura, dall’esito dipende l’approvazione, o meno, della legge elettorale e delle riforme».
Nonostante tutte queste premesse di scontro, nonostante gli annunci di voto contrario, nessuno però drammatizza. Il motivo lo spiega Damiano, il principe della mediazione: «L’assemblea del gruppo è una sede politica, poi in aula è diverso, è la sede istituzionale. Nella prima il dissenso è normale che si manifesti, nessuno mena scandalo. Ma quando si voterà in Parlamento è tutt’altro discorso». Le decine di no all’Italicum all’assemblea del gruppo, in sostanza, non è affatto detto che si tradurranno in altrettanti dischi rossi nel voto d’aula. Anche perché già qualcuno è andato a riprendere quel passaggio del programma voluto proprio da Pierluigi Bersani, dove si diceva papale papale che la minoranza che si adegua ai deliberati della maggioranza doveva diventare regola dei gruppi parlamentari. L’ex segretario ha fatto sapere che interverrà all’assemblea, mentre per evitare diversità di toni e linguaggi (e linee) per i firmatari del documento contrario all’Italicum parlerà soltanto un esponente. «Abbiamo discusso, trattato, cambiato la legge per mesi, ora è il momento di decidere, e come ci si comporterà in aula non sarà indifferente ai fini di una convivenza nel gruppo», avverte Ettore Rosato, il vice di Speranza.
FACCIA A FACCIA
Già, il capogruppo. Oggi avrà un faccia a faccia, l’ennesimo, con Renzi, sia per tentare ancora di ottenere modifiche, sia per valutare insieme al segretario il che fare. Sono mesi che Speranza si trova a passaggi cruciali in Parlamento dove è costretto a mediare. Adesso, però, i margini si sono fatti ridottissimi, tanto che gira voce che Speranza potrebbe dimettersi da presidente dei deputati per dedicarsi liberamente alla costruzione della corrente di sinistra del Pd. Un’altra scuola di pensiero sostiene invece che il capogruppo non solo non ha alcuna intenzione di fare passi indietro, ma ove mai lo facesse sarebbe considerato «un errore» (Damiano dixit). A complicare le cose si sono messi anche dal M5S, che invitano, o meglio sfidano, le minoranze dem a una «battaglia comune» in commissione: «Noi e loro là potremmo rivoltare l’Italicum, lo faremmo diventare in mezzora un proporzionale con le preferenze».

Il Messaggero