Italicum, sì della Camera ma è alta tensione nel Pd

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ROMA Matteo Renzi può tirare un sospiro di sollievo: nonostante i “gufi” e la rivolta dentro il suo stesso partito, la riforma elettorale va in porto alla Camera. L’Italicum passa con 365 sì, 156 no e 40 astenuti, con i voti contrari dei Popolari, M5S, Lega, Fdi e Sel. Un parto travagliato che ha visto a più riprese il rischio di sfaldamento del patto stretto tra il premier e il leader di Forza Italia e che lascia ferite profonde dentro il Pd. E non convince né i popolari né i civici. La riforma passa con 365 voti a favore sui 389 voti potenziali. Segnali che prefigurano la battaglia che si potrebbe aprire al Senato. Dove sarà di nuovo scontro sulle preferenze e sulle quote rosa.
Renzi per ora canta vittoria: «Politica 1 – disfattismo 0», commenta prima di lanciarsi nella prossima scommessa: l’abolizione del bicameralismo perfetto.
Se non ci riesce, annuncia, «non è che considero chiusa l’esperienza del governo, considero chiusa la mia esperienza politica». Ma ieri, intanto, ha battuto chi ha remato contro. «In democrazia c’è battaglia, si vota e si discute ma nei voti appena fatti il governo non è mai andato sotto» rassicura. Il presidente del Consiglio ammette i «limiti» della riforma concordata con Berlusconi ma, sottolinea, consentirà di mettere in moto «un cambio strutturale».
È il «primo vero risultato alla Camera» commenta il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi facendo notare che sono 8 anni che il Parlamento ci prova. Ma al risultato il Pd ci arriva al prezzo di profonde fratture interne. Oltre a Rosi Bindi e Francesco Boccia, in missione, ci sono 13 assenti ingiustificati che non si presentano a votare la riforma: una pattuglia guidata, tra gli altri, da Enrico Letta e Pippo Civati. Non c’è il lettiano Marco Meloni (i suoi emendamenti sulle primarie sono stati bocciati), l’ex tesoriere bersaniano Antonio Misiani; mancano 6 deputate critiche verso l’assenza di norme sulla parità di genere. Nessun «complotto» chiarisce Pier Luigi Bersani che fa notare di aver fatto «eccezione alla convalescenza per venire a votare: ma questa legge va migliorata. Ho salvato il mio cervello per un pelo e non voglio consegnarlo adesso».
Ora Renzi guarda avanti: il «punto centrale è la riforma del Senato», un passaggio «impressionante, storico, incredibile». Per arrivarci, darà 15 giorni di tempo ai diversi leader politici per esaminare il testo del ddl e fare suggerimenti.