Italicum, Renzi: blitz in commissione

MATTEO RENZI

E adesso, come andrà a finire alla Camera sulla legge elettorale? Le minoranze del Pd andranno all’ultima sfida del voto contrario finale, o l’opzione barricadera risulterà circoscritta ai soliti noti, alla pattuglia Civati, Fassina, D’Attorre? E’ ancora presto per trarre conclusioni, ma già fin d’ora uno come Cesare Damiano, di Area riformista, vecchia volpe della trattativa e della mediazione, fa capire come potrebbe andare a finire. Dice Damiano: «Naturalmente rifletterò con gli altri dell’Area, ma io vengo dalla vecchia scuola del centralismo democratico, sono abbastanza portato a obbedire alla maggioranza». Già, la minoranza che si adegua al volere della maggioranza: dovrebbe essere la regola, ma questa volta la partita è più complicata, visto anche come è stata caricata la nuova legge elettorale con proclami del tipo «siamo a un cambio epocale», oppure «si va verso il presidenzialismo» per non parlare della «svolta autoritaria». «Facciamo depositare un po’ di polvere», il laconico commento di Roberto Speranza, il capogruppo che ha il gravoso compito di portare i 300 e passa deputati dem a votare sperabilmente a favore dell’Italicum.
LE POSIZIONI
E dalle parti della maggioranza? Stabilita la linea del «niente modifiche se no si deve tornare al Senato», che già Maria Elena Boschi aveva anticipato con un più convincente «non c’è nulla da cambiare perché la legge va bene così, è ottima», la maggioranza del Pd e di governo ha al proprio arco due frecce pronte, ma verranno scoccate solo se le minoranze non demordono. La prima freccia, la più acuminata, si chiama fiducia: Matteo Renzi non ha ancora deciso, probabilmente non vi farà ricorso, ma al momento la ritiene comunque un’opzione possibile. Inutile aggiungere che dalle parti della minoranza c’è chi tifa per il ricorso alla fiducia sulla legge elettorale, «sarebbe il colmo, non si è mai visto, l’esecutivo così coarta le Camere su una materia squisitamente parlamentare», già si sente dire in giro al solo pronunciare la parola fiducia. Il vero problema per la maggioranza, semmai, è che se tutte le opposizioni si coalizzano, e a loro si aggiungono spezzoni delle minoranze dem, in aula potrebbe mancare il numero legale, una sorta di Aventino istituzionale cui bisognerà fare fronte. Un soccorso azzurro è comunque sempre nell’aria: la crisi di FI non lavora per le minoranze dem ma per il premier, che dovrebbe poter contare su apporti non solo di verdiniani ma di tanti forzisti cui l’Italicum piace: lo hanno già votato.
LA ROAD MAP
Si comincia l’8 aprile, data decisa per l’inizio della discussione in commissione. E qui potrebbe scattare la seconda freccia: se le cose non si mettono bene, l’opzione di sostituire almeno sei esponenti della minoranza che in Affari costituzionali sono in maggioranza, è data come possibile se non probabile, sarebbe l’applicazione del metodo Mineo anche a Montecitorio. Nel frattempo, i toni restano aspri. Per un Damiano pronto alla mediazione, ecco l’incendiario D’Attorre sbottare: «Piuttosto che l’Italicum, meglio il Consultellum proporzionale». «Che cattiva coscienza», chiosa Giancluadio Bressa.

Il Messaggero