Italicum, l’assalto dei partitini il Pd e Berlusconi fanno muro

SILVIO BERLUSCONI 6

ROMA Per un giorno, i senatori sono diventati maoisti, sulla scia del Grande Timoniere che soleva dire «grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». E così è stato a palazzo Madama: nel momento in cui tutto sembrava essere messo in discussione, il ddl Boschi veniva bloccato, poi corretto, traballava, nel giorno in cui faceva capolino la parola «ostruzionsimo» in bocca ai Cinquestelle, ebbene, proprio in quelle stesse ore la navicella della riforma del Senato prendeva il largo e, finalmente, rinvio dopo rinvio, è approdata in aula dove da lunedì si comincia a votare. «E allora si vedrà che l’accordo tra Renzi e Berlusconi non solo tiene, ma è in grado di ricevere il sì da almeno 200 senatori», profetizzavano renziani e forzisti alla Camera. Che cosa è successo, allora? E’ andata in scena la rottura controllata, la lite guidata. E’ accaduto che più l’accordo si avvicina, più è a portata di mano, più si sono messi in agitazione non tanto il genio guastatori, quanto le possibili vittime dell’accordo che hanno cercato di uscirne schiacciati.
L’OBIETTIVO
Sono stati quelli della Lega e dell’Ncd, attraverso Bobo Calderoli e Gaetano Quagliariello, a sollevare gli ultimi problemi riguardanti il modo di elezione dei futuri senatori, ottenendone una maggiore proporzionalità e una maggiore regionalità a scapito di sindaci e comuni. Ma il piccolo particolare è che la battaglia sul senatore eletto come il deputato, di primo grado, è di fatto stata accantonata, non è più il nodo determinante, non più il punto sul quale saltar su per impostare l’opposizione. La fronda Min-Min si è dissolta. Il Senato non eleggibile è ormai stato acquisito, si discute semmai del modo. Ecco perché dal Nazareno giungevano parole di giubilo, e lo stesso facevano dalle parti di FI. «Chi vota no è contro la mia linea», ha tuonato ieri Silvio Berlusconi. E Altero Matteoli ieri pronosticava: «Alla riunione con Berlusconi i 22 frondisti rientreranno».
Ma non è stato solo questo. L’obiettivo vero di Lega e Ncd è sul bersaglio grosso, sulla legge elettorale. Si mette in discussione non tanto il patto del Nazareno, quanto il fatto che si possa procedere solo con l’accordo a due. «Nessuno pensi che basti un’intesa a due per definire le regole del voto», avverte Renato Schifani. L’obiettivo è trattare sulle soglie, puntando ad abbassare quell’8 per cento per chi non si coalizza ritenuto troppo alto e impossibile, mentre per le preferenze sarà più difficile non solo per il niet del Cavaliere, ma anche per il non possumus del Pd, dove le preferenze non sono mai state popolari e gettonate. «Ormai siamo in dirittura d’arrivo, il testo sul Senato ha avuto un riequilibrio regionalista, i numeri ci sono, prima delle vacanze lo approveremo», chiosa Giorgio Tonini, veltronian renziano.

IL MESSAGGERO