Italicum, il governo ha la prima fiducia Flop minoranza Pd solo 38 non votano

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L’Italicum fa un passo avanti: il governo blinda il voto con la fiducia e incassa il primo dei 3 “sì” alla riforma elettorale: 352 voti favorevoli e 207 contrari, un astenuto. Matteo Renzi ringrazia «di cuore» i deputati che hanno votato la prima fiducia, «questa è la volta buona ma la strada è ancora lunga», sintetizza in un tweet. Alla maggioranza mancano 44 voti tra dissidenti e assenti giustificati. Pesa la rottura interna del Pd, uno strappo che non sarà facile da ricomporre con la minoranza. In 38, tra cui i big Bersani, Rosy Bindi, Guglielmo Epifani, Enrico Letta, Cuperlo, Fassina, Civati, D’Attorre, non hanno votato. Area riformista, che fa riferimento all’ex capogruppo Roberto Speranza s’è spaccata dopo una riunione durata ben 4 ore. Un documento/appello di “responsabili” pro-fiducia non è servito a far rientrare la diaspora che rischia ora di scavare un solco profondo.
«Sono soddisfatta, i numeri sono in linea con le altre fiducia», è il commento del ministro Maria Elena Boschi. E il vicesegretario Lorenzo Guerini stila il bilancio della prima giornata stimando lo strappo «più contenuto di quello che si poteva contare». La pressione interna però sale anche se contro i dissidenti dem, chiarisce Guerini, non è prevista alcuna sanzione .
L’ULIVO RINATO
Cuperlo esclude che all’orizzonte si profili uno scisma. Ricorda che «quando la sinistra si è divisa non è mai stata una vittoria». La Bindi parla di «atto di prepotenza che tradisce la debolezza di chi ha posto la fiducia e non la sua forza». E aggiunge che nel Pd è «rinato l’Ulivo». Forse per questo, tiene a sottolineare Bindi, «stavolta i voti si contano e si pesano». E c’è chi ha pianto: la dissidente Marilena Fabbri. Mentre Barbara Pollastrini che con «un peso sul cuore» ha deciso di partecipare al voto giudicando lo strappo che si è consumato in Aula «un vulnus incomprensibile».
La fibrillazione del Pd è un effetto collaterale. Un rischio calcolato per Renzi intenzionato ad andare avanti con lo stesso passo decisionista anche sugli altri articoli dell’Italicum ancora da votare. Ieri è passato l’art. 1 della riforma della legge elettorale: introduce il premio di maggioranza alla lista e la soglia di sbarramento al 3%. Due punti chiave.
IL PESO DEI PICCOLI
E gli altri? Il neo capogruppo alla Camera di Area Popolare (Ncd-Udc), Maurizio Lupi, si propone come «alternativa politica, non c’è un monocolore del Pd, c’è un governo di coalizione che vuole cambiare concretamente l’Italia». Disattendono le indicazioni Nunzia De Girolamo, Angelo Cera e Giuseppe De Mita che non partecipano al voto, mentre il deputato di Sel Toni Matarrelli, appoggia il governo e annuncia il passaggio al gruppo misto. Il capogruppo di Scelta civica Enrico Zanetti segnala «la prova di tenuta» dei suoi parlamentari, 24 su 25 hanno infatti votato la fiducia, «voti che peseranno anche in futuro sulle riforme liberali». Il M5S se la prende con la minoranza dem «che non esiste». «Se sei nel pd – si scalda Alessandro Di Battista, uno dei 5 del direttorio – non sei minoranza, non sei dissidente, fai parte del sistema». E qualcuno subito ricorda il trattamento riservato ai 5Stelle che dissentono da Grillo (espulsi). I grillini non escludono una raccolta di firme per un referendum abrogativo, Carla Ruocco, membro anche lei del direttorio, posta un fotomontaggio in cui si mostra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il bavaglio. E anche il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta, bersaglia il Colle: «In questo momento tutti si chiedono cosa farà Mattarella – dice – è stato scelto da Renzi e molto probabilmente, e lo dico con grande dolore, non farà nulla». Il capogruppo azzurro rivendica poi la compattezza di Forza Italia che sebbene in Senato avesse votato per l’Italicum questa volta ha votato “no” ad una legge «diventata cattiva e pericolosa». L’analisi che segue è un de profundis per il Pd, «quello di Bersani, di Epifani, di Enrico Letta, che non esiste più».

Il Messaggero