Italiani rapiti, Alfano: «Non esclusa la pista degli scafisti, ma non si tratta»

ANGELINO ALFANO 2

Il rapimento degli italiani in Libia può essere una richiesta di scambio con degli scafisti detenuti? «Non credo che possiamo escludere una pista, ma facciamo lavorare chi ha titolo a farlo e a farlo nel silenzio», ha detto Angelino Alfano a Skytg24. «Nessuno può dire se il rapimento possa essere attribuito» alla lotta agli scafisti ma «l’unica cosa esclusa è che si tratti con gli scafisti», chiarisce il ministro dell’Interno. Sulla trattativa interviene anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: speriamo che il rapimento dei quattro italiani in Libia «si possa risolvere nel più breve tempo possibile», dice il capo dello Stato, spiegando che «si sta cercando di comprendere cosa è successo e in che modo poter intervenire: l’impegno è molto forte e siamo aiutati dalla collaborazione di tanti altri stati». Perché l’emergenza Libia «è per tutti, non solo per noi, riguarda l’intera comunità internazionale e tutta l’Unione Europea», nel mirino c’è – sottolinea Mattarella -«qualunque paese che si batta per la tolleranza, la civiltà e il rispetto delle vite umane».

Le ipotesi

Non c’è stata in effetti ancora alcuna rivendicazione del rapimento in Libia dei quattro tecnici italiani – Gino Pollicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla – di cui non si hanno più notizie da domenica sera. Non ha trovato conferma la pista del rapimento a opera di scafisti (scesi in campo per «vendicarsi» del ruolo in prima linea dell’Italia nel controllo delle coste) né quella sostenuta dal governo di Tripoli, che il rapimento sia opera di «Jeish al Qabail» (Esercito delle tribù), alleati del generale Khalifa Haftar, una formazione mista composta sia da arabi che da berberi. Ma in un panorama frammentato e caotico come quello libico, piovono accuse reciproche che rendono molto nebuloso il panorama.

Il messaggio su Facebook

Nel suo profilo Facebook, il «Comando generale delle forze armate – operazioni dell’esercito nazionale», che fa capo al generale Khalifa Haftar, con sede a Tobruk, ha oggi accusato le milizie di Zuara (Zuwarah), legate alla coalizione Alba della Libia (Fajr) che sostiene il governo di Tripoli, come responsabili del rapimento, un sequestro per scambiarli con scafisti libici detenuti: nella «notizia urgente» si legge che «nostre fonti confermano che le milizie della cosiddetta Fajr Libia di Zuara sono responsabili del sequestro dei quattro italiani». Nel messaggio si legge che il sequestro avrebbe lo scopo di «fare pressioni sull’Italia e ottenere la liberazione di sette libici arrestati per traffico di esseri umani nel Mar Mediterraneo». Anche il politico libico Abdullah Naker, presidente del partito al Qimma, fedele al governo di Tobruk, ha rilanciato l’accusa contro le milizie di Alba della Libia (Fajr). Naker ha ricordato che «il rapimento è avvenuto nella zona intorno a Mellitah». «Sappiamo tutti -ha continuato- che è controllata dalle milizie di Fajr. Queste milizie non sono nuove a questo genere di provocazioni ed hanno già rapito in passato alcuni diplomatici: collaborano con i gruppi criminali e questo è il risultato». Naker ha invitato la comunità internazionale a prendere coscienza della «reale situazione in Libia» e ha aggiunto che «da tempo questi gruppi portano avanti provocazioni per chiedere soldi e imporre l’assunzione di persone a loro vicine nel porto di Mellitah».

Gli appelli

L’Unione libica dei lavoratori del settore petrolifero e del gas ha rilasciato un comunicato che condanna gli atti di terrorismo e sabotaggi, invitando i sequestratori a rilasciare i quattro tecnici italiani. Resta invece in silenzio la Bonatti: «Troppo importante tutelare la loro incolumità», ripetono ancora in coro i colleghi di Gino Pollicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla. Inutile quindi attendere una dichiarazione ufficiale ma il tam tam sui social network non si è fermato, con tante espressioni di solidarietà da parte di chi conosce i quattro tecnici rapiti ma anche di semplici cittadini. La foto che immortala lo striscione con i nomi di Gino, Fausto, Filippo e Salvo, affisso all’esterno del compound di Wafa, ha sfiorato ormai le mille condivisioni e migliaia di «mi piace».

La dinamica

I quattro tecnici italiani della ditta di costruzioni Bonatti sono stati fermati mentre rientravano dalla Tunisia a Mellitah, nella zona di Sebrata. Fonti di Sebrata hanno raccontato che i rapitori hanno prima costretto i quattro italiani a scendere dalla loro auto per salire su un’altra; poi hanno gettato a terra i loro telefonini nel timore che potessero essere rintracciati dal segnale del telefono; e infine sono fuggiti «in una zona desertica e impervia del Paese dove è facile trovare dei nascondigli e dove si può fare qualsiasi cosa senza aver paura di nulla».

CORRIERE DELLA SERA