Italia-India, accordo militare tra aziende statali mentre i due governi litigano sui marò

Italian marines Massimiliano Latorre ( R ) and Salvatore Girone ( L ) arrive at Ciampino airport near Rome, on December 22, 2012.An Indian court allowed two Italian marines awaiting trial for shooting two fishermen to go home for Christmas, despite prosecution fears that they will not return. The marines shot dead the fishermen off India's southwestern coast near the port city of Kochi in February while guarding an Italian oil tanker, but they deny murder on the grounds that they mistook their victims for pirates. AFP PHOTO/ VINCENZO PINTO        (Photo credit should read VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)

La scorsa settimana il presidente Sergio Mattarella ha telefonato a Salvatore Girone, il fuciliere di marina trattenuto dalle autorità indiane, per fargli gli auguri, sottolineando che tutto il Paese e le istituzioni sono impegnate per la soluzione della vicenda che coinvolge lui e il collega Massimiliano Latorre.

Quello dei due marò è un garbuglio internazionale che va avanti da quattro anni. E a renderlo più complicato c’è un contratto appena annunciato, con aspetti paradossali. Fincantieri ha dichiarato che sarà il consulente dei cantieri Mazagon per la progettazione di sette fregate stealth di ultima generazione, destinate al potenziamento della flotta indiana.

Mazagon è una società posseduta dal governo di New Delhi. E Fincantieri è controllata dallo Stato italiano. I due governi sono impegnati in un arbitrato dai toni a dir poco accesi sulla sorte dei due marinai ma si mettono d’accordo per costruire navi da guerra.

Per l’azienda genovese è di sicuro un ottimo affare. C’è da guidare i tecnici indiani nella realizzazione di sette unità lunghe ciascuna 149 metri e cariche di tecnologie hi tech. Come recita il comunicato stampa: “La fornitura interesserà parte del progetto funzionale su impianti specifici, lo sviluppo della progettazione di dettaglio finalizzata alla costruzione integrata sui due cantieri, l’ottimizzazione dei processi di progettazione e costruzione modulare, il training e l’assistenza tecnica per tutte le fasi del programma fino alla consegna”. Il che significa anni di lavoro comune: un decennio di collaborazione o forse più.

Che significato ha questa intesa? Possibile che due governi che sono dovuti ricorrere a un arbitrato – avviato nello scorso novembre – con una serie di ritorsioni incrociate (come l’intervento italiano che ha tenuto l’India fuori dall’accordo sulle tecnologie missilistiche) adesso si mettano insieme a progettare fregate?

Se l’accordo di Fincantieri influirà o meno sulla sorte dei marò si capirà nel giro di pochi giorni. Alla corte che si occupa dell’arbitrato è stato chiesto di far rilasciare Girone, in modo che possa trascorrere parte delle festività con i suoi familiari. Latorre invece è nel nostro paese con un permesso per motivi di salute, che scadrà il prossimo 13 gennaio.

L’origine della vicenda risale al 15 febbraio 2012. Sulla petroliera Enrica Lexie era imbarcata una squadra di fanti di marina per la protezione contro gli attacchi dei pirati. Un peschereccio indiano sostiene di essere stato bersagliato dalla nave civile, con la morte di due persone. Quattro giorni dopo i due marò sono stati arrestati con l’accusa di omicidio. Il processo non è ancora cominciato. Le autorità italiane sostengono che i nostri militari hanno sparato solo una raffica di avvertimento in mare. Quelle indiane invece ritengono che i proiettili recuperati nel corpo delle vittime siano “made in Italy” dello stesso calibro usato dai marò.

L’Italia, pur non riconoscendo la responsabilità dell’omicidio, ha concordato una compensazione economica con le famiglie delle vittime e con l’armatore del peschereccio. Ma la suprema corte di New Delhi non ha ratificato l’accordo, delegando ogni decisione ai tribunali.

E quattro anni dopo, l’unica certezza è la sospensione delle pattuglie militari a bordo di navi civili: un ibrido senza certezze giuridiche, né una chiara linea di comando, deciso ai tempi del governo Berlusconi. Nessun’altra nazione occidentale ha scelto una procedura simile, limitandosi alla presenza di unità da guerra nelle zone infestate dai pirati. Gli armatori che volevano difendersi potevano ingaggiare guardie private, facendosi carico di tutti i rischi. Dallo scorso aprile questo vale anche per gli scafi con bandiera tricolore.

L’Espresso