Israele, il trionfo a sorpresa di Netanyahu

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Israele si è svegliata, ieri mattina, ancora più a destra. La vittoria personale che Benjamin Netanyahu cercava è arrivata nella notte smentendo gli exit poll che avevano proiettato l’immagine di un paese incerto, forse sulla strada di un cambiamento, se non radicale quanto meno nella direzione di chi chiedeva un premier nuovo, più affidabile. Con 30 dei 120 seggi della knesset in tasca, il leader del Likud si appresta al suo quarto mandato. Un record da aggiungere a quello di essere stato il più giovane presidente del consiglio nella storia d’Israele, il primo nato dopo la fondazione dello stato. La sua vittoria è consolidata dagli altri dati. «Dopotutto Bibi è un mago», il commento di Nahum Barnea, uno dei più stimati giornalisti israeliani. Si chiede, però, se Netanyahu sarà il leader di tutti come ha detto di voler essere.
GLI SCONFITTI E GLI ALLEATI

L’Unione sionista, coalizione guidata dal leader laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni ha ottenuto 24 mandati mentre tutti i partiti storicamente vicini al Likud restano un ampio bacino dal quale Netanyahu potrà formare il prossimo governo. Sarà «forte e stabile» ha gridato alla folla dei suoi sostenitori. Si occuperà «della sicurezza e delle sfide socioeconomiche». Quando sono apparsi gli exit poll, il premier sembrava disposto ad accogliere l’appello del presidente Rivlin per un governo di unità nazionale ma ieri mattina è stato meno conciliante. «Abbiamo ottenuto una grande vittoria per il campo nazionalista guidato dal Likud». Bibi conta di aver un accordo entro due o tre settimane al massimo. I suoi partner, se non ci saranno sorprese, saranno Jewish Home del miliardario legato ai coloni Naftali Bennett, Kulanu di un ex esponente del Likud Moshe Kahlon, Yisrael Beytenu che fa capo ad Avigdor Liberman il partito religioso Shas guidato da Aryeh Deri, e i religiosi di United Torah Judaism. Se tutti accettano di farne parte la coalizione avrà 68 seggi nel nuovo parlamento. Le trattative per mettere insieme tutti non saranno facili. Già sono cominciate le richieste per la distribuzione dei ministeri e altri favori. Moshe Kahlon non si fida di Netanyahu e senza di lui tutta l’operazione potrebbe saltare e rimettere in pista l’opzione, poco probabile oggi, di un governo di larghe intese.
LE OPPOSIZIONI

Il piccolo partito storico di sinistra Meretz ha ottenuto quattro seggi (uno in meno) mentre la mini-coalizione dei partiti arabi con quattordici seggi sono il terzo partito. Di fronte a questi dati, il leader laburista Herzog ha affermato che l’unica opzione realistica è nell’opposizione. «Ci prepariamo a una realtà in cui continueremo a guidare un’area forte che vuole uno stato ebraico, democratico, sicuro, e giusto. Non chiederemo scusa e non abbasseremo le bandiere ma serviremo quella gente che è scesa in strada, negli incroci e nei seggi elettorali con grande speranza». Tzipi Livni ha condiviso la scelta affermando che «la battaglia non è finita, ci sono due vie con valori diversi».
La riconferma di Netanyahu ha sorpreso anche i palestinesi secondo i quali riprendere il processo di pace sarà ancora più difficile. Sopratutto se Netanyahu non cancella quel pronunciamento della vigilia elettorale nel quale si impegnava a impedire la creazione di uno stato palestinese. Hanan Ashrawi, da Ramallah, ha fatto appello alla comunità internazionale perché «metta fine alla impunità d’Israele e impedisca a Netanyahu di realizzare i suoi piani pericolosi».
La Casa bianca ha evitato di commentare il risultato elettorale limitandosi a ricordare gli ottimi rapporti tra i due paesi. Obama sperava nella sconfitta di Netanyahu e i suoi collaboratori avevano preannunciato un nuovo tentativo di rilanciare il negoziato. Ora sarà Bibi a voler trascinare i piedi in attesa della fine del mandato del presidente americano.

Il Messaggero