Israele attacca Gaza, la fuga dei civili

gaza war bomb

Almeno ventimila abitanti di Gaza hanno abbandonato le loro case per non cadere sotto il massiccio fuoco dei bombardieri e dell’artiglieria israeliani, preannunciato con sms e volantini e puntualmente arrivato al tramonto. Dall’altra parte dei reticolati, le sirene continuano a suonare quasi ovunque in Israele, annunciando razzi e missili in arrivo dalla “Striscia”. A Vienna, in Medio Oriente e in molte capitali europee, con una lentezza esasperante per chi soffre, la diplomazia si muove «preoccupata per il bilancio di vite umane», soprattutto civili palestinesi, che continua a crescere
Federica Mogherini, il nostro ministro degli Esteri, prima di partire per il Medio Oriente ha lanciato un appello chiaro. «ll conflitto israelo-palestinese ha già devastato troppe generazioni. Serve una tregua immediata. Ma non solo. È venuto il momento che la comunità internazionale trovi la compattezza e il coraggio per mettere fine a una delle guerre più lunghe della storia contemporanea». Lei e almeno altri due colleghi europei vedranno il presidente palestinese e il premier israeliano il quale, prima della riunione del governo, ha ricordato che le sue maggiori preoccupazioni non sono gli avvenimenti di questi giorni bensì il nucleare iraniano di cui si discute nella capitale austriaca. Un accenno che voleva far capire che nella sua mente, quantomeno, l’opzione militare israeliana contro l’Iran è ancora sul tavolo.
IL RUOLO DELL’EGITTO
Ed è proprio da Vienna, dove i progressi della questione dell’arricchimento dell’uranio vanno a rilento, che il segretario di Stato americano Kerry ha telefonato a Netanyahu offrendo la propria assistenza per ripristinare la tregua in vigore dal 2012. Quando il premier dirà di sì (ha bisogno di un successo militare per giustificare di fronte all’opinione pubblica la fine delle operazioni) sarà probabilmente l’Egitto a mediare anche se Washington e la Ue vorrebbe vedere aumentare e consolidare il ruolo di Mahmoud Abbas che risulta ancora più indebolito dagli eventi di queste settimane. Ignorato da Netanyahu e dai leader di Hamas, e alla ricerca di visibilità e consensi in casa, il presidente palestinese ha inviato all’ONU un appello per chiedere la «protezione della comunità internazionale» a fronte dell’offensiva israeliana su Gaza. Ha anche fatto sapere che contatterà la Commissione per l’eliminazione delle discriminazioni razziali (Cerd) per chiedere che Israele venga designato come uno “stato apartheid”.
Il silenzio dei ministri israeliani all’uscita della riunione del gabinetto insieme con il bombardamento serale di Beit Lahia, il villaggio densamente popolato nella parte settentrionale di Gaza e di altre località limitrofe ha fatto circolare voci di un imminente attacco di terra. Secondo i militari di Tel Aviv, il 36% dei razzi sparati contro Israele sono partiti dalle località più settentrionali di Gaza. Il 10% di tutto questo sarebbe uscito da Beit Lahia dove sarebbero presenti uomini della Jihad islamica che hanno rivendicato molti dei lanci verso Tel Aviv e Gerusalemme. E anche più a nord verso Haifa. L’obiettivo dei gruppi palestinesi è di segnare un colpo grosso – colpire una delle città più importanti o l’aeroporto Ben Gurion – da mostrare alla popolazione (soltanto in parte schierata con il movimento islamico) prima di cessare il fuoco. Netanyahu vuole indebolire Hamas e ridurre la sua capacità militare ma vuole che il movimento che controlla la “Striscia” da quando è riuscita a cacciare l’Autorità nazionale palestinese sia ancora capace di richiamare all’ordine le milizie minori come la Jihad islamica. «Appena si capirà che Hamas non spara più, ci sarà il cessate il fuoco», secondo più di un’analista militare di Tel Aviv.
L’INCURSIONE
Una prima incursione di terra è avvenuta l’altra notte. Un’operazione di Shayetet 13, l’elité unità di commandos alla quale gli uomini rana di Hamas uccisi nei giorni scorsi dopo essere sbarcati sulla costa israeliana a nord di Gaza, vorrebbero assomigliare. Avrebbero distrutto un sito per il lancio di missili a lunga gittata (forse anche un deposito sotterraneo di queste armi relativamente precisi che continuano a essere lanciati sulla parte settentrionale d’Israele) uccidendo tre combattenti islamici prima di tornare a casa con quattro feriti. 

Il Messaggero