Invio di truppe, il governo frena: ora cautela, prima la diplomazia

Isis

«La parola d’ordine adesso è prudenza e cautela». Matteo Renzi, dopo l’accelerazione degli ultimi giorni, schiaccia il freno. Per il premier, almeno per qualche giorno, almeno fino giovedì quando a Ginevra l’inviato dell’Onu Bernardino Leon riunirà di nuovo le fazioni libiche nel tentativo di spingerle a una tregua e alla creazione di un governo di riconciliazione nazionale, è il caso di silenziare i proclami e gli annunci d’intervento.
Un contr’ordine fragoroso, visto che lo stesso Renzi sabato sera annunciava: «L’Italia è pronta a fare la propria parte sotto le bandiere dell’Onu». Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni faceva sapere: «L’Italia è pronta a combattere in Libia, la minaccia dell’Isis è concreta». E la responsabile della Difesa, Roberta Pinotti confermava la linea anticipata dal collega della Farnesina.
IL DIETROFRONT

Dietro la frenata, avvenuta nel giorno della chiusura dell’ambasciata a Tripoli e dell’evacuazione degli italiani, ci sarebbe stata una silenziosa quanto perentoria reazione delle Nazioni Unite. Al palazzo di Vetro non avrebbero gradito la delegittimazione della missione di Leon da parte dell’Italia, con Renzi che dava ormai per morto il tentativo dell’inviato Onu: «Non è stato sufficiente, c’è bisogno di un tentativo più forte». Parole che ieri il premier ha corretto parlando con i suoi: «C’è bisogno di responsabilità e non di fughe in avanti. Priorità non significa fretta, ma kairos, momento opportuno. E ora la priorità è sostenere e raddoppiare gli sforzi dell’Onu nell’iniziativa politico-diplomatica, su questo l’Italia è pronta a fare la propria parte». «Un’assunzione di responsabilità», insomma, «che adesso si concentra sulla dimensione diplomatica, piuttosto che su quella militare».
Il contr’ordine è scattato anche perché i tempi non si annunciano brevi quanto sperava il governo. Prima di un’eventuale risoluzione dell’Onu per l’invio di caschi blu potrebbero passare due-tre mesi. Se non di più. E, cosa ancora più importante, a palazzo Chigi hanno messo a fuoco che il Consiglio di sicurezza non darà mai il via libera a un’operazione di peace-keeping senza avere prima ottenuto la stabilizzazione della situazione in Libia. «E’ praticamente impossibile», sostiene un nostro diplomatico, «che vengano spediti caschi blu a combattere in quelle che sono definite operazioni di peace-enforcing, di imposizione della pace».
Ciò detto, Renzi aspetterà che giovedì Leon celebri il suo vertice a Ginevra. Dopo di che è probabile – visto che il premier ha già avviato contatti riservati con Obama, Cameron, Hollande, Merkel – che l’Italia avanzi la richiesta di assumere la guida della missione diplomatica per effettuare un ultimo tentativo di pacificazione. Se poi anche questo dovesse fallire, Roma tenterà di spingere le Nazioni Unite a varare la missione di peace-keeping a guida italiana. L’avanzata dei terroristi dell’Isis a Sirte e Bengasi può rappresentare una spinta. Potrebbe spingere l’Onu ad accelerare. Perché, come sostiene Romano Prodi, «tutte le grandi potenze hanno paura dell’Isis, dunque in questo caso siamo in una situazione ideale per l’intervento delle Nazioni Unite».
«CALMA E GESSO»

Nel giorno del dietrofront renziano, accade un mezzo miracolo. La minaccia rappresentata dalla possibile nascita di un califfato islamico a pochi chilometri della nostre coste, spinge tutte le forze politiche (Cinquestelle esclusi) a invocare la partenza delle truppe. Silvio Berlusconi, anche per tornare in gioco dopo aver seppellito il Patto del Nazareno, diffonde addirittura una nota: «Accogliamo con favore l’intento del governo di non abdicare alla responsabilità. L’invio di truppe in Libia è un’opzione da prendere in seria considerazione». Ma, a quanto sembra, la Grand’Heure tricolore dovrà attendere: «Calma e gesso», suggerisce ora Renzi.

Il Messaggero