Inghilterra, è ufficiale: Guardiola allenerà il Manchester City

GUARDIOLA

Dei soldi parleremo in seguito, ma sono tanti. Eppure non sono il motivo principale per cui Pep Guardiola, 45 anni il 18 gennaio scorso, sarà da giugno, e per tre anni, l’allenatore del Manchester City, la squadra più innovativa e ricca di speranze del calcio mondiale. Guardiola l’ha detto chiaramente: “Lascio il Bayern perché voglio allenare in Premier League”. L’annuncio ufficiale è arrivato stamattina, subito dopo l’addio, sempre ufficiale, a Manuel Pellegrini. Il City aveva in mano l’affare da mesi, anzi da anni, i primi contatti avvennero addirittura nel 2012, ma si è ben guardato dall’andare in giro a sbandierarlo, aspettando che franassero una dopo l’altra le presunte offerte e/o tentazioni provenienti da altri eccellenti club come il Manchester United, il Chelsea, il Psg. Guardiola non è destinato a restare a lungo nel calcio, lui per primo ne è consapevole, si conosce bene, non è mai stato tentato dalla semplice mediazione del denaro, sì certo è una fetta importante della torta, è una delle logiche fisiche che regola gli incastri del business, ma può non essere così vitale.

Guardiola approda al City non solo incarnando il talento puro seduto in panchina, forte delle sue pur contestate rivoluzioni culturali, al pari forse dei soli Sacchi e Ferguson e, in passato, di pochissimi altri, ma anche come ciambella di salvataggio del binomio Soriano-Begiristain, amministratore delegato e direttore sportivo dei “citizens” sostenuti dal potere economico di Mansour. I due spagnoli erano in piena rottura col sistema del club, avevano spinto in alcune direzioni tecniche senza ottenere i risultati sperati (è tutto dire). L’ultima contestazione, effettuata direttamente nel cervello e nelle tasche dei due dirigenti dalla proprietà, ha riguardato l’arrivo di Raheem Sterling dal Liverpool: “Vale 68 milioni di euro?”.

Mansour ancora aspetta una risposta e ancora si domanda, in camera caritatis, come sia possibile che l’ammontare delle spese del gruppo consenta comunque al Leicester di Ranieri, il cui costo è pari a quello del solo David Silva, di essere davanti in classifica. Guardiola ha un mondo davanti, ma anche un mondo dietro. Ha la più bella e spaziosa “academy” del pianeta, costruita da due anni e attiva dallo scorso anno, un polo di straordinaria efficienza logistica e tecnica (a confronto La Masia di Barcellona è un bar con un prato per i tavoli all’aperto), ha la forza di un palmares privato pari soltanto alla qualità del gioco espresso dal suo Barcellona e dal suo Bayern, che non ha sfondato come avrebbe forse meritato, impantanandosi nella celeste pozzanghera del Real Madrid futuro campione d’Europa, con Ancelotti in panchina, ossia quello che proprio Guardiola sostituirà a Monaco di Baviera, in una delle partite più misteriose della storia del calcio (quello 0-4 maturato all’Allianz Arena all’indomani di una conferenza stampa in cui il tecnico catalano non “vedeva la voglia” negli occhi dei suoi, e c’era in palio la finale di Champions League 2014!).

Guardiola è sturm und drang, un estroso genio malinconico con scatti di felicità rari e quasi sempre contagiosi. Onesto sino alla potenziale disonestà, facendo un giro completo di 360 gradi, ha vissuto momenti difficili quando si ammalò il suo amico Tito Vilanova, che non ebbe per lui parole d’affetto quando era in fase praticamente terminale. Ma Guardiola non si è mai scomposto, anche nella malaparata mediatica. Ha un forte legame con l’Italia, mantenuto dai tempi di Roma (con deriva a Pescara) e Brescia. Ma il suo carisma e quel suo giganteggiare fra decoro e spettacolo non è adatto per il calcio italiano, troppo piccolo, troppi pochi spettatori, troppa angoscia nei retroscena, e maleducazione e incivile cultura da pollaio e sospetti. Ha inventato il tiki taka moderno, Guardiola, sfruttando l’idea molto romantica, irresistibilmente seducente, in base alla quale chi gioca a pallone “rimane sempre un po’ bambino perché è da bambini entusiasti passarsi la palla come fossimo sempre al prato sotto casa”. Certo se i “bambini” sono Messi e Iniesta è più facile vedere poesia. Ma lo è anche se Robben e Ribéry (ora quasi un ex), Lewandowski e Thiago Alcantara, Xabi Alonso e Alaba, si travestono da artisti senza passaporto e inscenano spettacoli di rapidità e di qualità praticamente “indecenti”.

Ora tutto questo è finito, ma comincerà qualcos’altro. Il Bayern non ha mai, veramente, accolto Pep, c’era sempre un rumore di fondo, una voce dissonante, c’era sempre un Beckenbauer stranito o un Rummenigge a due facce, per non parlare dei problemi con i medici. Forse soltanto il pubblico ha capito Guardiola, forse solo loro, i tifosi, hanno visto. Guardiola non voleva Goetze, non voleva nemmeno Vidal. Non gli è stato mai perdonato nulla. Quando il Barcellona annaspò contro l’Inter dissero che il tiki taka era morto. Quando la Germania vinceva il mondiale giocando come il suo Bayern nessuno o quasi glielo ha riconosciuto, tranne il ct Loew. E adesso ci sarà da ridere: come si comporterà il Bayern già sapendo che è tutto finito pur con una Juventus in arrivo negli ottavi di Champions? E, parallelamente, come reagirà l’ambiente del City all’ufficialità della fine di Pellegrini (agli ottavi c’è la non irresistibile Dinamo Kiev)? Guardiola ha chiesto giocatori. Qualcuno se lo porterà dietro dal Bayern: il suo sogno sono Alaba e Thiago Alcantara, in seconda battuta Costa e Lewandowski, anche se il polacco avrebbe espresso il desiderio di unirsi al prossimo Real Madrid.

Guardiola non ritroverà Mourinho, per ora. Ma è anche possibile che, se avrà la pazienza di aspettare qualche mese, il suo miglior nemico possa manifestarsi a due passi da lui, sulla panchina dello United. Forse un po’ stordito dal colbacco con cui si reca all’Old Trafford anche d’estate, sir Bobby Charlton continua a ripetere che il portoghese non avrebbe il “profilo” da United, ma sir Alex Ferguson è di diverso parere. Guardiola era arrivato al Bayern schiacciato dall’anno magico di Heynckes, il suo Bayern ha giocato meglio, si sono viste cose meravigliose, ma non ha vinto in Europa. O almeno non ancora. A Manchester troverà meno glorie recenti contro cui battersi e decisamente più prospettive: in tre anni, con adeguati aggiustamenti mentali, tattici e di personale, il City può davvero diventare, per un po’, quello che è stato lo United di Ferguson. E magari rendersi un po’ più simpatico di ciò che è attualmente (come il Psg è considerato un club di arricchiti senza storia). Se dall’altra parte approdasse Mourinho, davvero Manchester diventerebbe la stabile e luminosa capitale del pallone, uno scricciolo di città tenuta in piedi da Deansgate e perennemente visitata da pioggia, umido, tristezza, anche più
di Liverpool (perché non ha sbocchi al mare o a un mare-fiume come la Mersey). Lo è già stata Manchester al centro del mondo, con Ferguson e con la generazione dei Giggs, dei Beckham, degli Scholes, e poi Ronaldo. Ma mai così, mai con due fenomeni in panchina, mai con due squadre che possono arrivare in finale di Champions come nel 2014 “Atleti” e “Madrid”. L’era mancuniana sta per iniziare. Forse è solo questione di ore.

La Repubblica