Inferno Yemen, golpe sciita preso il palazzo presidenziale

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Lo Yemen è a una svolta, che ora rappresenta tutte le incertezze possibili in un Paese dove gli schieramenti non hanno le stesse linee chiare del complesso mondo arabo. Il “cessate il fuoco” tra ribelli sciiti (gli Houthi, che si sono formati come milizia nel 2004) e l’esercito regolare è durato il pomeriggio e la notte di lunedì. Poi ieri, in tarda mattinata ci sono stati spari contro l’ambasciata americana e nel primo pomeriggio l’attacco decisivo al palazzo presidenziale, tempestato da colpi di mortaio. Senza troppe difficoltà gli Houthi hanno preso possesso del compound che circonda l’edificio, aiutati – a quanto riferiscono fonti locali – anche da qualche disertore che ha consegnato loro armi e blindati.
L’INTESA SFUMATA
Il colonnello Saleh al Jamalani, comandante delle guardie presidenziali, ha detto alla tv Bbc che i ribelli erano entrati all’interno di parte del palazzo, circostanza negata dagli stessi miliziani in rivolta. I morti, nei due giorni di combattimenti, sono ufficialmente 23. Il presidente Abed Rabbo Mansur Hadi, che ieri sera non si sapeva dove fosse, e soprattutto se fosse al sicuro, fino all’ultimo ha invocato almeno un armistizio. Ma la pace è sfumata presto. Non ci sarebbe stata intesa sul futuro assetto del Paese, che gli Houthi avrebbero voluto dividere in due regioni – come peraltro è nella storia dello Yemen – mentre la proposta del governo è quella di una federazione di sei grandi regioni, solo una delle quali, nel nord, affidata agli Houthi e il resto governato dalla maggioranza sunnita. Le notizie da Sana’a, per ora, non hanno definito il quadro. Al Jamalani parla di colpo di Stato. I rivoltosi, che hanno sempre detto di non volere un golpe, ieri sera hanno negato anche di aver preso possesso del palazzo di Hadi, ma solo di tutto ciò che lo circonda, e cioè le caserme delle guardie.
I CHECK-POINT
L’emittente tv dei ribelli, Al-Masseria, sostiene che i rivoltosi sono intervenuti per impedire il saccheggio di armi dalla santabarbara presidenziale. In realtà, è evidente, l’hanno saccheggiata loro stessi.
Alle Nazioni Unite, oltre alle parole di ferma condanna del Segretario generale Ban Ki-moon e il suo appello a fermare i combattimenti, il Consiglio di Sicurezza si è riunito e ha poi diffuso un documento in cui si sostiene che Hadi «è l’autorità legittima». Lo Yemen è considerato un forte alleato dagli Stati Uniti, i cui droni hanno potuto spadroneggiare per colpire i leader di Al Qaeda che in questa regione trovano rifugio e si organizzano. “Al Qaeda nello Yemen” ha raggiunto l’apice della sua notorietà attribuendosi la strage di Parigi al Charlie Hebdo. Ieri gli Stati Uniti hanno spostato due navi nel Mar Rosso per favorire l’eventuale fuga degli americani a Sana’a.
Al Qaeda fa proseliti in questo Paese, tra i più poveri del mondo arabo, e trae beneficio dall’impopolare alleanza di Hadi con la Casa Bianca. Ma, allo stesso tempo, ha combattuto gli sciiti ribelli che combattono il governo non in quanto sunnita, ma per ragioni politiche e accusandolo di corruzione. La divisione tra sciiti e sunniti, nello Yemen, non è radicale come in altri Paesi del mondo arabo. Ma è difficile non credere che all’origine dell’attuale crisi ci sia la guerra degli Stati Uniti in Iraq che nel 2003 ha terremotato gli equilibri regionali. Le milizie Houthi si sono formate pochi mesi dopo. Cominciando una guerra che ancora non è finita.

Il Messaggero