In piazza i volti e le bandiere di tutto il mondo. “Siamo qui per Wojtyla ma ora scopriamo Roncalli”

Canonization mass for Pope John Paul II and Pope John XXIII

 Divisi tra Francesco e Benedetto, Giovanni e Giovanni Paolo. Non era mai successo ai fedeli di trovarsi davanti tante figure rappresentative della Chiesa. Lo sguardo sulla piazza dice che è la festa bianca e rossa dei devoti polacchi di Wojtyla ma nel secondo settore del colonnato la gente di Sotto il Monte ostenta con orgoglio sui cappellini l’appartenenza al paese del papa del Concilio. Per Ratzinger e Bergoglio ci sono invece gli applausi di tutti, all’ingresso sul sagrato. Il pontefice emerito mancava in piazza San Pietro dal 27 febbraio 2013, vigilia del suo ultimo giorno di pontificato, quando nell’udienza generale di commiato sottolineò: “La barca della Chiesa non è mia, non è nostra”. 

E a maggior ragione nel giorno dei 4 papi non c’è spazio per i personalismi. Anche chi è legato al ricordo di Wojtyla si inchina davanti a Roncalli. Michael Schudrich, il rabbino capo della Polonia, spiega di essere arrivato stamattina per rendere tributo a ciò che Giovanni Paolo II ha fatto nel dialogo tra le due religioni. “Ma – aggiunge – sono venuto anche per Giovanni XXIII che nel concilio ha segnato un passaggio prezioso per la nostra storia e durante la seconda guerra mondiale ha aiutato a salvare tanti ebrei dalla shoah”. Rocia e Patricia, due ragazze spagnole, ammettono invece di essersi messe in viaggio per il fascino del papa delle Giornate mondiali della gioventù ma ora, dicono, hanno scoperto anche Giovanni XXIII, che chiamano “il papa della bontà”. 

C’è tutto il mondo a Roma in questa giornata. Ci vuole un ripasso di geografia per riconoscere ad esempio la bandiera della Guyana britannica: ad esporla è una suora della famiglia religiosa del Verbo incarnato che nell’isola è arrivata in missione. Accanto a lei due consorelle con altrettante bandiere: una australiana, l’altra di Papua Nuova Guinea. Ed è planetaria, di fianco all’altare, anche la rappresentanza delle 93 delegazioni ufficiali composte da capi di stato, sovrani, primi ministri e uomini di governo. Per molti di loro è irresistibile la tentazione di un “selfie”, l’autoscatto col telefonino. E tra le poltrone per le autorità c’è anche quella del contestato presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, al quale Unione europea e Usa hanno interdetto l’ingresso nei loro paesi. Già per la messa di inizio pontificato di Francesco la sua presenza aveva creato imbarazzo e il papa lo aveva liquidato frettolosamente al termine della cerimonia. 

Lunghissimo, invece, è oggi il giro del pontefice tra la folla al termine della messa, con la papamobile che arriva fino a piazza Pia dopo aver percorso tutta via della Conciliazione, dove la gente è rimasta a dormire nei sacchi a pelo per tutta la notte. Il pontefice si ferma ad abbracciare il sindaco di Roma Ignazio Marino e lo ringrazia per l’impegno organizzativo dell’evento delle canonizzazioni. Poi benedice la stola di un sacerdote che raffigura la Madonna di Czestochowa. “Polonia semper fidelis”, è scritto su uno striscione lungo il percorso. Poco più in là risuonano i fiati dell’orchestra arrivata dalla città di Lodygowice, cento chilometri a sud di Cracovia. E uno striscione attira l’attenzione: lo reggono in alta uniforme i minatori di sale di Wielicza, emblema di una classe operaia polacca alla quale anche Wojtyla appartenne e che oggi, con lui, va in paradiso.
“Per noi era un padre e un modello ma voleva che lo chiamassimo fratello”, dicono invece gli uomini che indossano i particolarissimi abiti della confraternita Bratictwo Kurkowe di Cracovia. Ogni anno, il 4 novembre, venivano ricevuti in Vaticano nel giorno dell’onomastico del papa che era anche la festa del patrono della diocesi della quale era stato vescovo: “L’ultima volta, nel 2004, ci regalò un rosario che ora conserviamo come una reliquia”. E per loro è un segno anche la lapide che per caso si sono trovati accanto: è quella che indica il luogo in cui il 13 maggio 1981 i colpi sparati da Alì Agca ferirono il pontefice: “Gli siamo stati vicini sempre con la preghiera nei momenti difficili – ricordano commossi – e ora chiederemo la sua intercessione dal cielo”. 

Di certo non sono i soli: alle 14 quando viene riaperta la basilica di San Pietro, un’onda umana si incanala verso l’ingresso. Dopo la notte insonne, decine di migliaia di fedeli sono pronti ad altre ore di attesa, pur di rendere omaggio alle tombe dei due pontefici che da oggi, per la Chiesa, sono san Giovanni XXIII, che Francesco nella sua omelia ha definito “il papa della docilità allo Spirito Santo”, e san Giovanni Paolo II, il “papa della famiglia”.

Repubblica