Immunità, il Pd sfida i grillini

MATTEO RENZI 3

Lo dice prima la Finocchiaro che di immunità si può discutere meglio in aula, lo ripete Renzi a Grillo nel comunicato del pomeriggio, dopo che il comico dal suo blog aveva sferrato un altro attacco contro «il ripristino di questo privilegio». È un tema su cui Renzi sfida i 5 Stelle che chiedono di cancellare l’immunità salvo l’insindacabilità per le opinioni espresse. «Siamo pronti a discuterne, anche con gli altri partiti. Voi ci assicurate che per qualsiasi procedimento già in corso contro parlamentari del M5S rinuncerete all’immunità? Vogliamo capire se fate sul serio», dice il leader Pd, facendo scorrere un brivido sulla schiena a tutti.

Di concreto ancora poco o nulla, l’ipotesi di girare la patata bollente delle autorizzazioni a procedere alla Consulta non è praticabile a detta delle alte sfere; quella di circoscrivere l’immunità ai sindaci-consiglieri futuri senatori solo quando indossano il laticlavio è più gettonata. Quella che l’immunità possa invece essere tolta a senatori (e quindi ai deputati) è assai poco accreditata. Resta l’apertura di Renzi posata come una pistola sul tavolo, forse come monito a chi ha intenti bellicosi o come tentativo di spuntare gli attacchi presenti e futuri togliendosi d’impaccio. Ma è l’altro segnale ai grillini, «entro il 2014 si approva definitivamente la legge elettorale» che fa subito pensare ai maliziosi che allignano in Senato che Renzi prepari l’arma finale di elezioni in marzo. Anche se il premier indica il 2015 come scadenza per varare la riforma costituzionale, anche se i suoi spiegano che «o voti a stretto giro pure l’Italicum o salta l’accordo con Berlusconi».

All’ora di pranzo comunque il governo passa indenne il primo step in aula della riforma del Senato, larga maggioranza contro le pregiudiziali di costituzionalità dei 5Stelle.

Oggi pioveranno sul tavolo dei relatori centinaia di emendamenti: il tempo stringe, il timore che il voto finale di martedì prossimo coincida con le sentenze su Berlusconi è fondato. Domani comincia il rodeo dei voti sugli articoli, ma il governo confida in numeri ampi, pur mettendo in conto che «si ballerà» sul ponte del Senato. Gli iscritti a parlare sono 124, i dissidenti di destra e sinistra affilano le armi, «preparatevi a delle sorprese», sibila sorridendo l’ex Ds Ugo Sposetti.

Ma le modifiche saranno ridotte all’osso, «è un testo compiuto, il lavoro dell’aula sarà importante, ma è già buono così sul piano delle garanzie», dice la Finocchiaro. «Questo combinato disposto di un Senato non elettivo e dell’Italicum riduce gli istituti di democrazia» attacca Felice Casson. Vannino Chiti, capofila dei contrari, non si fa nessuna illusione, «non vogliono cambiare quasi nulla, neanche l’Italicum», è l’amara previsione del capofila della fronda Pd. Ma per sedare quella più insidiosa dei grillini, Renzi non molla il ping pong, dirama una nota, «ok a incontrarci di nuovo, vi diamo la disponibilità per le giornate di giovedì o venerdì». Una mano tesa sull’Italicum, «la vostra proposta è molto interessante». Ma sono i toni irridenti «perché il vostro premio di maggioranza al 52% è democratico; il nostro al 55% è incostituzionale autoritario e antidemocratico?», che svelano come il premier confidi poco o punto sulla reale possibilità che il dialogo porti a qualche risultato. «Non abbiamo grandi aspettative», confessa un suo uomo proprio quando Di Maio fa sapere che oggi saranno loro a rispondere nero su bianco.

Renzi stasera chiama a raccolta tutti i 400 parlamentari Pd. Li vuole motivare ben bene. Rilancerà il progetto dei mille giorni di governo per far capire che resteranno in sella tre anni, che la sfida è appena cominciata, fisco, lavoro, burocrazia; e che tutti devono sentirsi coinvolti, senza diserzioni di sorta. Come a dire, chi ci fa le pulci sappia che ostacola una rivoluzione invocata dagli italiani…

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