Immigrati, duello Alfano-Lega «Non baratto la vita con i voti»

Angelino Alfano

ROMA Proteste in aula dei leghisti, uno di loro espulso dalla presidente Boldrini, cartelli, cori, insulti, paroloni, accuse e contraccuse. In mezzo a tutto questo, il ministro Angelino Alfano che dai banchi del governo difende l’operato dello Stato rispetto agli immigrati e battaglia a muso duro con i lumbard. Un’emergenza rispetto alla quale il governo cambia completamente musica rispetto al recente passato, quando a dettare la linea erano proprio i leghisti che equiparavano ogni migrante a un clandestino, ma adesso a farne le spese è proprio quel «reato di clandestinità» che, a detta del ministro e dell’attuale maggioranza, ha solo contribuito a peggiorare la situazione, «i flussi migratori sono in aumento, come nel 2011 che è stato il picco, segno che il reato di clandestinità non ha sortito l’effetto deterrente auspicato», ha scandito Alfano. Apriti cielo.
Dai banchi leghisti si sono visti contestata alla radice la linea imposta ai tempi di Maroni ministro al Viminale, e la reazione è arrivata, tesa e scomposta, sono apparsi cartelli all’insegna di «Alfano dimettiti», «Alfano ministro dei clandestini», sono volate parole grosse, e il responsabile del Viminale ha dovuto e voluto reagire pesantemente. «L’Italia è una democrazia che ha l’obbligo di garantire l’accoglienza», ha scandito Alfano.
PAROLE GROSSE
Quindi in un crescendo ha affrontato i leghisti rumoreggianti e ha urlato: «Noi non faremo morire le persone in mare per qualche voto in più della Lega. Se voi volete la sicurezza e i morti, sappiate che noi vogliamo la sicurezza e i vivi. Questa è la differenza tra una grande democrazia e una repubblica delle banane».
Non si sa se il richiamo ai morti in mare o le banane abbiano scaldato gli animi lumbard, fatto sta che dai banchi leghisti la protesta si è fatta scomposta, il solito Gianluca Buonanno si agitava non poco, ma è stato superato in escandescenze dal collega Emanuele Prataviera, veneto trevigiano, già distintosi per avere sventolato in aula il vessillo della ex Repubblica veneta, fautore del referendum per l’indipendenza della medesima, sicché Laura Boldrini alla fine è costretta a espellerlo, per poi sospendere la seduta visto che il leghista non se ne voleva andare. Vicini e al fianco del ministro, invece, i deputati del Pd, che hanno applaudito più volte l’intervento di Alfano, e al termine il capogruppo Roberto Speranza si è alzato ed è andato a stringere la mano al ministro. Il tema immigrazione, ha promesso Alfano, sarà uno dei punti centrali del prossimo semestre di presidenza Ue che sarà guidato dall’Italia.
Terminata la bagarre in aula, lo scontro si è riprodotto anche fuori. Dalle parti di Ncd, il partito di Alfano, non l’hanno presa molto bene, tanto che Maurizio Sacconi è arrivato al punto da minacciare la messa in discussione delle giunte di Lombardia e Veneto, guidate da due leghisti e sostenute anche da Ncd.

IL MESSAGGERO