«Il video è una messa in scena» Foley è stato ucciso, ma non così

FOLEY

Che il giornalista statunitense James Foley sia stato ucciso, purtroppo, nessuno lo mette in discussione. Ma che la sua barbara esecuzione sia avvenuta in diretta durante il video “Un messaggio agli Stati Uniti” ha suscitato più di un dubbio tra i tecnici, che sostengono che il filmato sia probabilmente il risultato di un sapiente montaggio e che l’assassinio sia stato compiuto, in realtà, a telecamere spente. Qualche perplessità era emersa fin dalla diffusione dei 4 minuti e 40 secondi di riprese, e alcuni osservatori attenti (in Gran Bretagna è vietato scaricare e diffondere il video) avevano sottolineato la presenza di due armi da taglio diverse e la reazione relativamente calma di Foley nel momento in cui il terrorista inizia a sferrare colpi. Ma ora sono gli analisti di una società che si occupa di perizie scientifiche e legali per conto della polizia britannica ad aver suggerito al Times che la mancanza di sangue, nonostante «il coltello possa essere visto passare sulla parte alta del collo almeno sei volte», il tipo di suoni emessi dal giornalista e il fatto che mentre parla ci sia una piccola interruzione, forse una frase da ripetere, fanno pensare che «l’esecuzione sia avvenuta dopo la fine del video». 
Lo schermo si oscura infatti per qualche secondo, dopodiché viene mostrato il corpo di Foley martoriato. Questo vuol dire che “John”, l’estremista dall’accento britannico riconosciuto da un ex ostaggio francese, potrebbe non essere l’esecutore materiale dell’uccisione, ma il suo coinvolgimento sarebbe soprattutto un modo per far pervenire un messaggio chiaro di minaccia a Londra. 
GLI ALTRI DUBBI
Anche sulla data della morte del giornalista non è stata ancora fatta piena chiarezza. Parlando alla radio Bbc 4, una consigliera politica di Bashar al-Assad, Bouthaina Shabaan, ha dichiarato che «James Foley è stato ucciso un anno fa, non ora, e hanno diffuso il video solo adesso», aggiungendo che le Nazioni Unite erano a conoscenza del fatto e che «molte voci vengono confuse con la verità». Dichiarazioni che l’ex capo di Foley al GlobalPost, Phil Baldoni, ha definito «totalmente false e contraddittorie», sottolineando come ci siano molti testimoni oculari tra gli ostaggi che hanno avuto contatti con il giornalista americano fino al mese scorso. Ed è proprio da uno dei questi compagni di prigionia, Daniel Rye Ottosen, che è giunta ai genitori di Foley una lettera scritta dal giornalista e imparata a memoria dal venticinquenne danese con cui ha condiviso mesi di paura e di ansia e che è stato rilasciato a giugno. «So che state pensando a me e che state pregando per me, e vi sono così grato», scrive Foley, spiegando quanto la preghiera sia importante anche per lui: «Mi sembra davvero di potervi toccare anche in questa oscurità quando prego». 
DUE ANNI DI SEQUESTRO
I quasi due anni del sequestro del giornalista sono stati resi meno duri dal fatto che i diciotto ostaggi tenuti nella stessa cella si sono tenuti compagnia con «infinite conversazioni sui film, sulle banalità, sullo sport», hanno «trovato un modo per giocare a dama, a scacchi, a Risiko», svolgendo tornei, passando giornate intere a «mettere a punto le strategie», tenendo lezioni gli uni agli altri su argomenti vari e ridendo «per stemperare la tensione». La liberazione degli altri ostaggi era vissuta con gratitudine e gioia, ma «ovviamente ciascuno sogna la propria libertà». Dopo aver passato in rassegna i momenti felici con ciascuno dei suoi fratelli e amici, Foley dedica il suo pensiero finale alla nonna, esortandola a «prendere le medicine, fare passeggiate e continuare a ballare», ma chiedendole anche di “rimanere forte”, perché, spiega, «avrò bisogno del tuo aiuto per recuperare la mia vita».

Il Messaggero