«Il vaccino dell’Ebola non arriverà in tempo» Obama cambia linea

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NEW YORK Gli Stati Uniti hanno uno zar dell’Ebola. Si chiama Ron Klain ed è un veterano delle Amministrazioni democratiche. Il presidente Obama lo ha nominato nella convinzione che il Paese abbia bisogno di un manager che si occupi di «proteggere gli americani, identificando e isolando pazienti malati di Ebola in questo Paese, e allo stesso tempo assicurando che si continui l’impegno di fermare l’Ebola alla sua fonte, nell’Africa occidentale». La decisione del presidente di scegliere un plenipotenziario è anche un passo politico, per arginare l’attacco del partito repubblicano, che a tre settimane dalle elezioni di metà mandato usa la crisi per tentare di indebolire ulteriormente il partito democratico.
I repubblicani hanno dopotutto gioco facile, e puntano sugli errori commessi dalle agenzie federali. In particolare sul fatto che i Cdc, i centri per il controllo delle malattie infettive, non abbiano chiesto al personale che ha lavorato con il paziente zero, il liberiano Thomas Duncan, di evitare luoghi pubblici. E’ successo quindi che una delle infermiere sia andata in Ohio dal Texas, pur avendo una lieve febbre, e un altro dipendente è partito per una crociera verso il Belize. L’infermiera, Amber Vinson, è ora ricoverata in isolamento all’ospedale Emory di Atlanta, ma sulla scia del suo viaggio decine di persone sono state contattate per il rischio che siano state contagiate.
LA CROCIERA BLOCCATA
Un negozio di abiti da sposa, a Cleveland, dove Amber aveva passato più di tre ore per scegliere il completo delle nozze, ha dovuto temporaneamente chiudere. L’altro infermiere che è partito per la crociera ha causato quasi un incidente diplomatico con il Belize, che ha vietato alla nave Carnival Magic di entrare in porto. Il dipendente dell’ospedale texano ha accettato di restare chiuso in cabina e la nave sta tornando verso gli Stati Uniti.
Non si sono avuti altri casi di contagio per ora negli Usa, solo casi legati al focolaio originato da Duncan. Tuttavia il nervosismo nel Paese è forte, anche a causa del battage televisivo quasi esclusivamente concentrato sulla situazione americana. Sui teleschermi vediamo le immagini della prima infermiera contagiata, Nina Pham, che piange commossa dal suo letto di ospedale per l’assistenza che le viene data. Il video, girato amatorialmente da un collega, campeggia da 48 ore.
L’incessante copertura nazionale ha purtroppo l’effetto di ingigantire nella mente del pubblico la percezione della crisi locale. E proprio a rincarare la dose di preoccupazione arriva la notizia che nella migliore delle ipotesi il vaccino per Ebola non arriverà in tempo per essere usato su larga scala durante l’epidemia in corso. «Saremo in grado di farlo solo nel 2016», ha affermato Ripley Ballou, capo della divisione vaccini dell’azienda Gsk, che sta sviluppando quello più avanzato.
L’APPELLO DELL’ONU
Eppure non solo Obama, ma anche il segretario dell’onu Ban Ki-moon giovedì, ha lanciato un appello accorato perché ci si mobiliti per combattere contro l’Ebola fermandolo alla sua fonte, in Africa, dove sta decimando intere popolazioni. E ieri è arrivato anche l’ammonimento del presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, che ha sottolineato come «l’Ebola non sia problema di qualche Stato africano, ma può diventare una catastrofe umanitaria di grandissime dimensioni».
Poco spazio viene concesso negli Usa anche alle rare notizie positive legate all’Ebola, ad esempio che il Senegal e la Nigeria siano riusciti a bloccare il virus e siano stati dichiarati ufficialmente fuori dall’epidemia. Gli americani in particolare dovrebbero avere motivo di orgoglio, considerato che centinaia di soldati sono arrivati in Liberia e vi stanno costruendo i primi ospedali. Anche la Gran Bretagna ha appena inviato in Sierra Leone una nave ospedale, con 80 medici, tre elicotteri e 350 soldati.

IL MESSAGGERO