Il sospiro di sollievo tirato domenica sera al triplice fischio dell’arbitro

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Il sospiro di sollievo tirato domenica sera al triplice fischio dell’arbitro, non è stato altro che un semplice riflesso incondizionato per la maggior parte degli amanti del calcio. Una reazione naturale che la dice lunga sull’andamento della stagione calcistica nostrana. Non è bastato l’exploit della Roma ad inizio stagione per ribaltare valori e pronostici della Serie A. La ventata di aria fresca portata da Garcia, si è troppo presto (già a dicembre) trasformata in un gradevole venticello, utile ad allungare il brodo del campionato fino alla metà di aprile. Nulla da dire sulla stagione straordinaria dei giallorossi, ma lo strapotere della Juventus (limitato soltanto all’interno dei confini nazionali), la scarsa verve delle altre avversarie e le ultime tre sconfitte di fila, ne hanno in qualche modo ridimensionato l’impresa. In occasione del turno conclusivo della serie A, la sensazione è che solo il tempo incerto abbia costretto sulla poltrona il popolo dei calciofili, per nulla intrigati dalla lotta per l’Europa League, ormai considerata più una punizione che una vetrina internazionale.

Se in Italia il +17 finale della Juventus sui “diretti rivali” giallorossi ha per così dire “ammazzato” il campionato, un po’ come accaduto in Bundesliga con il Bayern Monaco (+19 sul Dortmund), in Spagna abbiamo assistito ad uno dei duelli più affascinanti di sempre. Barcellona e Atletico Madrid hanno lottato per il titolo fino all’ultimo secondo della stagione. Al Camp Nou si sono scontrate due filosofie di calcio differenti e alla fine la concretezza di Simeone ha prevalso sulla qualità blaugrana. La vittoria dei colchoneros ha definitivamente chiuso il ciclo del grande Barcellona e sancito paradossalmente il trionfo del gioco all’italiana in Europa. Vedere la finale di Champions League per credere. Ad essere in discussione non sembra la filosofia che ha contraddistinto il nostro calcio negli anni, ma la qualità morale e tecnica degli interpreti. La Serie A si sta rinnovando senza trovare degni eredi. E’ un processo iniziato da un paio di stagioni con l’addio in massa delle vecchie glorie del Milan Nesta, Seedorf, Gattuso, Inzaghi, Zambrotta. Straordinari interpreti dell’ultima Champions League rossonera, insieme al grande Paolo Maldini che prima di loro, nel 2009, attaccò gli scarpini al chiodo. Sempre al termine della stagione 2011/2012 il calcio italiano ha perso un altro protagonista: l’indiscusso capitano bianconero Alessandro Del Piero.

Negli ultimi due anni Sneijder, Stankovic, Cordoba e Julio Cesar hanno dato il via alla dismissione dell’Inter del triplete, che si completerà con gli addii annunciati e sofferti di Zanetti, Cambiasso, Milito e Samuel. All’interno dell’orticello romano, anche capitan Tommaso Rocchi e il campione del mondo Simone Perrotta hanno lasciato un piccolo vuoto colmo di nostalgia. Insomma, la Serie A sta vivendo un fisiologico ricambio generazionale non compensato, però, da arrivi di spessore sia dal punto di vista umano, sia sotto il profilo squisitamente tecnico. A parte i “resistenti” Totti, Pirlo e Buffon, non c’è giocatore per il quale valga la pena guardare una partita per il solo gusto di vederlo all’opera ed emozionarsi. E’ un discorso che prescinde dalla mera valutazione delle abilità di un calciatore. E’ il bisogno di sentirsi legati ad un campione per quello che ha fatto e ha rappresentato e che magari è ancora in grado di realizzare. La pochezza tecnica e di sentimenti della Serie A, ci sta pian piano allontanando dagli stadi, salvo poi accorrere in 65 mila per un evento amarcord come quello organizzato in occasione dei festeggiamenti in onore dei 40 anni dal primo scudetto biancoceleste. Il tifoso doc ha tirato un sospiro di sollievo anche perché, almeno per qualche mese, è sicuro che non apprenderà più notizie di cronaca nera legate al mondo del calcio. Fatti che non dovrebbero mai essere collegati ad una partita di pallone.

Anche in questa stagione purtroppo l’elenco è molto lungo, sia in ambito professionistico che dilettantistico, ed è superfluo ricordare quanto accaduto prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. In piena campagna elettorale, si sprecano proclami e promesse di politici che improvvisamente hanno scoperto l’antidoto per salvare il calcio dai violenti, ma all’orizzonte non c’è ancora nulla di concreto.

Alla fine dei conti, non deve meravigliare se l’altra sera davanti alla tv o seduti allo stadio, i tifosi, quelli veri, abbiano sussurrato con un po’ di pudore: “Meno male che è finita”.

Gianluca Di Bella