Il ritorno degli italiani da Tripoli: la jihad è lì da un pezzo

jihad

Sono atterrati all’aeroporto militare di Pratica di Mare intorno alle 12,15 di ieri gli italiani rimpatriati dalla Libia. Provenivano tutti da Augusta dove erano arrivati domenica notte dopo un lungo viaggio in nave fino alle coste siciliane, scortati dall’alto da un Predator. Poi il trasferimento allo scalo di Sigonella dove si sono imbarcati su un C130 dell’Aeronautica militare. Ad aspettarli, fuori dall’aeroporto, alcuni parenti e soprattutto tanti giornalisti. Sconsigliato di parlare con i media, ma qualcuno si è lasciato sfuggire qualcosa, qualche mezza frase.
«A Tripoli la situazione è critica. È già un pezzo che l’Isis è lì», dice Salvatore, il primo a sbarcare. Sul suo viso si legge il clima di tensione vissuto anche dalla comunità italiana, dopo le minacce terroristiche. In un centinaio hanno fatto ritorno in patria a bordo di un catamarano maltese. Molti hanno raggiunto casa direttamente dalla Sicilia, mentre alcune decine, tra cui i funzionari dell’ambasciata e lo stesso ambasciatore, Giuseppe Maria Buccino Grimaldi, hanno affrontato altre ore di volo a bordo del C130 che li ha condotti a Roma. Aeroporto off-limits per telecamere e cronisti invitati ad attendente i passeggeri all’esterno dello scalo militare, a pochi chilometri a sud della Capitale.
GLI ABBRACCI

Subito dopo l’atterraggio alcuni italiani hanno riabbracciato i parenti e gli amici, lasciandosi alle spalle quell’allarme terrorismo che li ha costretti all’imprevisto ritorno a casa. Tra loro c’erano anche operai e pensionati. «Non abbiamo mai avuto paura – dice il contabile dell’ambasciata – un eventuale ritorno a Tripoli non dipende certo da noi, che siamo dipendenti statali, ma da quello che ci chiederà il governo. Ora siamo stanchi e vogliamo solo tornare a casa», hanno tagliato corto. Alcuni hanno potuto riabbracciare subito i familiari e tornare a casa con loro direttamente in macchina. Altri, invece, sono stati scortati dai carabinieri nelle loro abitazioni. «Sono partito un paio di mesi fa da Lecce – racconta un uomo, mentre saluta il cognato che lo ha aspettato per ore all’esterno dell’aeroporto – faccio il fabbro e tempo fa ho trovato un lavoretto tra la Libia e la Tunisia. Sarei dovuto restare ancora un mese e poi sarei comunque tornato in Italia. Sinceramente non sono preoccupato, neanche avevo sentito delle minacce dell’Isis. Ora partiamo e torniamo a casa, in Puglia».
Ombrello in mano, sciarpa e macchinetta fotografica al collo, un altro aspetta con ansia il ritorno del papà. «È pensionato e da 40 anni vive in Libia – racconta – ne ha passate molte a Tripoli, compresa la guerra, ma non si sarebbe mai immaginato di tornare così in Italia». Padre e figlio si rivedono qualche minuto dopo, quando l’autobus dell’Esercito si ferma nel parcheggio accanto all’aeroporto. Con il padre c’è anche una donna nordafricana che aiuta il pensionato a scendere dal bus. Il tempo di raccogliere le valige e partono diretti a Roma.
«Tornerà a Tripoli, a casa sua?» chiede un giornalista a un signore appena uscito dall’aeroporto. «Chi può dirlo» risponde l’uomo, mentre prende le valige. Sul viso un velo di tristezza, di nostalgia per una terra dove ha vissuto gran parte della vita. Lo sguardo è perso nel vuoto, la sua mente forse proiettata verso quel Paese che non sa se riuscirà a rivedere e dove ha lasciato un pezzo del suo cuore e della sua anima. Si guarda intorno. Dopo anni di lontananza è di nuovo in Italia, nel suo Paese, quello dove è nato e ha studiato. Ma ora qui sembra un estraneo, uno straniero.

Il Messaggero