Il premier vuole le mani libere: il Colle con o senza Forza Italia

Matteo Renzi press conference, Rome

Lo schema scelto da Matteo Renzi per la Grande Partita del Quirinale è ormai chiaro. Mani libere, «nessun diktat da nessuno», né da Silvio Berlusconi né dalla minoranza dem, e gioco a tutto campo. La controprova è arrivata ieri. Dopo aver spaventato l’ex Cavaliere incontrando lunedì a palazzo Chigi l’indigesto Romano Prodi, il premier ha dato massima enfasi allo sgretolamento dei Cinquestelle in una giornata in cui Giorgio Napolitano si è confermato il suo più convinto sponsor.
La strategia di Renzi ha avuto una dimostrazione plastica prima alla Camera e poi al Senato. A Montecitorio, il premier ha salutato entusiasta la decisione del grillino Tommaso Currò di abbandonare Beppe Grillo: «Ho fatto un’apertura ed è stata capita». Confidando poi di sapere fin dal mattino che proprio ieri Currò avrebbe lasciato il gruppo pentastellato per passare, probabilmente, a quello del Pd. Un atteggiamento che fa il paio con la telefonata fatta qualche giorno fa a Massimo Artini, il deputato toscano espulso da Grillo. E sempre ieri a palazzo Madama, mentre i senatori Cinquestelle l’insultavano, il premier ha dichiarato: «Urlate perché siete frustrati, perché perdete pezzi…». Poi, ironico: «Vi mandiamo un caro abbraccio, siamo solidali per la vostra frustrazione».
L’operazione di Renzi è ormai chiara. Forte di ben 450 grandi elettori su 1009, il premier e segretario del Pd lavora per allargare il suo esercito arruolando i fuoriusciti Cinquestelle: in tutto sono già 23 (8 alla Camera e 15 al Senato) e i boatos parlamentari danno per sicuri altri 20 deputati in gennaio. Proprio alla vigilia dell’elezione del nuovo capo dello Stato che dovrebbe scattare a fine mese, dopo le dimissioni di Napolitano previste per metà gennaio, al termine del semestre di presidenza dell’Unione europea.
Ma chi parla con Renzi, chi raccoglie le sue confidenze, è pronto a scommettere che l’arruolamento dei ribelli Cinquestelle in realtà non nasconde l’intenzione di un presidente della Repubblica eletto a maggioranza assoluta dei grandi elettori, senza Berlusconi. «Far balenare questa possibilità», dicono a palazzo Chigi, «è piuttosto un modo per spingere l’ex Cavaliere a rispettare il patto del Nazareno e l’accordo sulla legge elettorale e la riforma costituzionale. Sappiamo tutti che Berlusconi è tentato di far saltare il Patto perché fa sempre più fatica a contenere i ribelli guidati da Fitto, ma così facendo resterà fuori dalla partita del Quirinale». Un epilogo, assicurano i suoi, sgradito a Renzi: «Senza Berlusconi addio riforma costituzionale e probabilmente addio anche alla riforma elettorale», dice un renziano doc.
LE DUE OPZIONI

L’ex Cavaliere, in questa partita a Risiko che andrà avanti per un mese e mezzo, è utile a Renzi per limitare il potere d’interdizione della minoranza dem guidata da Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. E anche per realizzare il sogno di essere il King maker di un presidente della Repubblica – «indicato dal Pd» – votato dalla stragrande maggioranza del Parlamento. «Il metodo Ciampi», lo definiscono al Nazareno, dove ricordano come nel 1999 Carlo Azeglio Ciampi fu eletto alla prima votazione con 707 voti su 1010.
Ma l’impresa non è semplice. Tutt’altro. Sia per le divisioni nel Pd, sia per lo sgretolamento di Forza Italia: difficilmente i ribelli guidati da Raffaele Fitto seguiranno gli ordini di Berlusconi. «A meno che non si trovi un salvatore della Patria gradito a tutti. Ma questa figura ancora non c’è…», sospirano al Nazareno. Così avanza una seconda opzione: il capo dello Stato eletto, a partire dalla quarta votazione, a maggioranza assoluta. Magari con l’aiuto dei fuoriusciti Cinquestelle.
Nel frattempo Renzi cerca di portare al sicuro la riforma elettorale. A dispetto dei 17mila emendamenti presentati in Commissione, il premier intende approvare l’Italicum direttamente in aula a metà gennaio. Giusto pochi giorni prima che comincino le votazioni per eleggere il successore di Napolitano. «Così nessuno potrà ricattarci mischiando il Quirinale all’Italicum». Ogni riferimento a Berlusconi e alla minoranza dem è assolutamente voluto.

Il Messaggero