Il premier: subito la riforma per dare battaglia in Europa

EUROPA UE 1

Lo scalpo dell’articolo 18, tante volte invocato da Bruxelles e Berlino come segno dell’incapacità dell’Italia di cambiare, è nel sacco. Domani a Milano Matteo Renzi lo esibirà ai commissari Ue e a Ventisette capi di stato e di governo, Merkel in testa, convocati dalla presidenza italiana dell’Unione per discutere di come dare un futuro a 27 milioni di disoccupati.
RESISTENZE
Un successo in diretta, visto che l’approvazione della riforma del mercato del lavoro a palazzo Madama avverrà in contemporanea con l’avvio dei lavori della conferenza che lo stesso Renzi concluderà nel pomeriggio. La richiesta del voto di fiducia era scontata, viste le resistenze della minoranza interna del Pd. Polverizzata dal voto in direzione e supportata da un’esposizione mediatica forse superiore ad ogni percentuale di consenso, la sinistra del Pd ha tirato un sospiro di sollievo quando il consiglio dei ministri ha autorizzato la fiducia. Consapevoli del peso che in Europa viene data alla riforma, anche i dem più barricaderi sapevano di doversi arrendere e hanno tentato di spostare il fuoco della contesa su possibili correzioni. La disponibilità data anche ieri dal ministro Poletti a piccoli ritocchi si spiega con le stesse motivazioni che hanno spinto Renzi a riaprire la sala Verde alle parti sociali dopo aver definito i contorni della riforma. L’ordine del giorno dell’incontro di stamane con i sindacati e con gli imprenditori, non è infatti sull’articolo 18, quanto sulle azioni che Cgil, Cisl e Uil da un lato, e Confindustria dall’altro devono attuare – secondo palazzo Chigi – per accompagnare le riforme che dovrebbero rimettere l’Italia sul binario della crescita. «Datemi una mano», sarà la sintesi del doppio incontro. Una mano tesa e anche una richiesta di cambiare le logiche «inconcludenti» delle recenti riunioni ospitate nella sala verde.
STRANIERI
I compiti a casa per i primi riguarderanno temi come la rappresentanza sindacale, la contrattazione di secondo livello e il salario di disoccupazione. A Confindustria, definita a suo tempo da Renzi «una palude», è invece destinato il capitolo del Tfr, del credito, della riduzione del cuneo fiscale da destinare ad investimenti, degli ammortizzatori sociali e di come tornare a fare impresa ora che palazzo Chigi ha spalancato le porte agli stranieri. Il Rottamatore non si aspetta molto dagli incontri di oggi se non quello di mostrare la dinamicità della politica made in Renzi rispetto alla staticità di organizzazioni che si reggono su pensionati (i sindacati) e sui contributi delle aziende di Stato (Confindustria). Alla Conferenza di Milano sull’occupazione, Renzi porterà il primo e forse simbolicamente più importante tassello della sua strategia di riforme e, in costante gioco di sponda con il presidente francese Hollande, continuerà a picchiare duro sui temi della crescita. Anche se rifiuta il paragone con la Thatcher, reiterato anche ieri dalla Camusso, non c’è dubbio che nelle cancellerie europee l’accostamento risulta vincente. «Se Renzi è la Thatcher la Camusso è Scargill», spiegava ieri un funzionario della Commissione di Bruxelles giunto a Milano in attesa dell’arrivo di Barroso e Van Rompuy.
Al rilevante ruolo che la Commissione Ue ha avuto in questi anni, Renzi intende sovrapporre quello della politica di governi che non accettano imposizioni e tantomeno che la burocrazia di Bruxelles si sostituisca alla sovranità degli stati. Il braccio di ferro con Berlino e i rigoristi del Nord Europa è destinato ad accentuarsi in vista del consiglio europeo di fine ottobre ma soprattutto di quello di dicembre nel quale sarà già operativa la nuova Commissione guidata da Juncker. Sulla promessa, fatta dall’ex premier lussemburghese, di 300 miliardi di investimenti in tre anni, sarà giocato lo scontro che inevitabilmente riguarderà non solo i parametri non rispettati da Italia e Francia, ma anche quelli sforati dalla Germania.

Il Messaggero