Il premier e l’elogio del decisionismo: basta vetocrazia o vince la palude

Matteo Renzi

Professoroni, professorini, grandi e piccole star da convegni della sinistra eternamente insoddisfatta più i soliti gufi della minoranza del Pd: tutti a dire che Renzi è come Putin, che il suo governo è in piena «deriva autoritaria» e che la democrazia modello Matteo non è una democrazia ma un suo sottoprodotto: una «democratura». Intellettualismi, secondo il premier: anzi, pregiudizi da gufi. E ieri, parlando alla School of Government dell’università Luiss, Renzi ha reagito così: «Deriva autoritaria è in nome che alcuni professori un po’ stanchi dovrebbero dare alla loro pigrizia». Ce l’ha con i tipi alla Zagrebelsky e alla Rodotà, il capo del governo che si ritiene più un uomo del fare che dello speculare. «Siamo il ventottesimo governo su 63 per durata e siamo solo all’inizio del nostro mandato. Siamo già in Europa league, ma questo non è certo un buon motivo per smettere»: attacca Renzi il quale sembra infastidito da questo genere di critiche. Autoritario io? «In un sistema democratico chi è legittimato a decidere o lo fa o consegna il Paese alla palude. Questa non si chiama dittatura ma democrazia, altrimenti siamo al tradimento della democrazia. Credo che sia traditore di fiducia chi passa il tempo a vivacchiare piuttosto che a prendere decisioni chiave». Il format del renzismo, osserva il titolare citando una formula usata da Luciano Violante, è quello della «democrazia decidente». Una forma di decisioni8smo, ma non di razza craxiana.
FUKUYAMA
Il renzismo puro, e alla Luiss il premier ne ha offerto in dose massicce, sembra essere gradito all’uditorio. Popolato di moltissimi ragazzi. Cita il politologo Francis Fukuyama e il suo libro intitolato «Vetocracy» e spiega il capo del governo: «Oggi in Italia la vetocrazia impazza». Il bloccare tutto come eterna filosofia politica italiana («C’è sempre la paura nel nostro Paese che qualcuno faccia le cose») al quale Renzi contrappone: coraggio della decisione e semplificazione a tutti i livelli. A cominciare da quello burocratico: sennò, «vince la palude».
Poi si passa all’elogio della comunicazione politica. Con un annuncio a sorpresa: «Noi non siamo bravi a comunicare. Facciamo molte più cose di quelle che riusciamo a trasmettere all’opinione pubblica». Davvero? Dunque non esiste il premier parolaio? E’ un’invenzione che il suo governo è incapace di fare le cose e le sa soltanto annunciare? Renzi cerca di smontare questa contro-propaganda. Si assegna un voto insufficiente nel campo comunicativo. E tira fuori un paragone ad affetto. «L’Isis è brava a comunicare. Sta riuscendo a far credere che il califfato sta vincendo a Mosul e in altre città e invece è vero l’opposto: sono in ritirata».
LA CANCELLIERA

Dal mondo all’Europa. E qui altra sorpresa. Ovvero: «Da qui ai prossimi cinque anni, l’Italicum verrà copiata in mezza Europa». La nostra legge elettorale, a sua volta bersagliata dai professoroni e dalla sinistra dem e dai gufi d’ogni ordine e colore, agli occhi del premier è la migliore che ci sia. «Anche la Merkel, quando le ho parlato dell’Italicum 1.0, ossia prima versione, mi ha detto: se la avessi avuta io quella legge governavo senza aver bisogno di una coalizione». E anche in Spagna e in Inghilterra, assicura Renzi, la legge elettorale in gestazione quaggiù risolverebbe tanti problemi. E ancora sulle riforme e altro. «Il capo del governo da noi non ha il diritto neppure di licenziare un ministro. Altro che deriva autoritaria!». Nel caso di Maurizio Lupi, infatti, «le dimissioni le ha date lui». E gli altri membri del governo, inquisiti mentre Lupi non lo è, che fine faranno? A chi lo accusa di garantismo strabico, il premier replica così: «Un sottosegretario indagato non si deve dimettere. La presunzione di innocenza è un principio costituzionale oltre che di buon senso. Un politico non condannato deve dimettersi quando lo ritiene giusto. Se basta un avviso di garanzia per imporre le dimissioni, vuol dire che i magistrati decidono sul potere esecutivo e questo non va bene». Si era partiti da Zagrebelsky, s’è finito su Montesquieu, passando per Fukuyama. E Renzi sembra quasi un cattedratico.

Il Messaggero