Il premier: così usciamo dalla graticola non accetto lezioni di moralità da Grillo

GRILLO_RENZI

ROMA «Non ci facciamo dare lezioni di moralità e legalità da Grillo, uno che è andato a dire in Sicilia che la mafia non esiste. Per noi la legge è uguale per tutti». Matteo Renzi, a sera, ha lanciato il contrattacco. Ma fino all’ora di pranzo, il premier e segretario del Pd avrebbe preferito un altro epilogo: un rinvio del voto sull’arresto di Francantonio Genovese a dopo le elezioni del 25 maggio, in modo da non consegnare a telecamere e giornali l’immagine di un esponente democrat in manette a pochi giorni dalle urne e a non cedere alla deriva giustizialista. E non è un caso che Genovese sia tornato a casa e abbia disertato Montecitorio, decidendo di costituirsi a Messina: «L’effetto clamoroso e plastico del suo arresto fuori dal portone del Parlamento sarebbe stato devastante. Qualcuno gli ha consigliato di evitare la spettacolarizzazione…», dice un deputato renziano doc.
A palazzo Chigi, insomma, è prevalsa la linea della “riduzione del danno”. Quella di evitare di far apparire il Pd come complice e favoreggiatore di chi è accusato di associazione a delinquere, riciclaggio, peculato e truffa, accettando però di fatto di rendere l’arresto di un deputato tema da campagna elettorale. «Ma Grillo aveva già cominciato a cavalcare il rinvio, il caso singolo, per andare all’attacco e accusarci di salvare i corrotti. E questo era inaccettabile», dice un altro renziano.

IL MOMENTO DELLA SVOLTA
Il vero colpo di grazia alla strategia del rinvio è arrivato ieri all’ora di pranzo. Prima si è arenato il decreto-casa, lasciando l’aula di Montecitorio senza provvedimenti da discutere o approvare nel pomeriggio. Dunque cadeva la linea annunciata mercoledì sera dal capogruppo del Pd, Roberto Speranza: «Voteremo per l’arresto di Genovese, ma prima vengono gli interessi degli italiani e non gli appetiti barbari di Grillo». Poi, è venuto a mancare il timore della “Grande imboscata”: da giorni nel Pd circolava il sospetto che, se fosse stato chiesto il voto segreto, i grillini nell’urna avrebbero votato no all’arresto, «per poi dare la colpa a noi», come dice il renziano Paolo Gentiloni. Ma alle 13.30 in punto, perfidamente, il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta ha annunciato che il suo gruppo non avrebbe chiesto il voto segreto: «Basta ipocrisie, se il Pd vuole evitare strumentalizzazioni e rinviare la votazione sull’arresto, lo dica chiaramente e noi l’appoggeremo. In ogni caso noi non chiederemo il voto segreto».
A questo punto è avvenuta la svolta repentina. Poco dopo Renzi, già provato dai pessimi dati sulla crescita e dall’impennata dello spread, ha deciso di «uscire dalla palude», affrontando di petto la questione: «Il Pd chiede di votare subito, oggi stesso, per l’arresto di Genovese con voto palese». E qualche minuto più tardi la conferenza dei capigruppo, sparito il decreto-casa dai radar, ha stabilito che la votazione sul deputato inquisito si sarebbe svolta nel pomeriggio.
Nel Pd non sono mancati i malumori. C’è chi ha denunciato la «strumentalizzazione di un arresto a fini elettorali», chi ha parlato di «spietato cinismo», chi fatto presente (Beppe Fioroni) che «Grillo ora potrà dire che lui comanda e il Pd ubbidisce». Ma a conti fatti Renzi è riuscito a tenere unito il partito: appena 6 no all’arresto e 84% dei deputati democrat presenti, contro il 70% dei grillini. Del resto, il messaggio inviato dal premier ai suoi deputati era stato chiaro. E suonava più o meno così: dobbiamo evitare di restare sulla graticola e sotto attacco di Grillo per altri dieci giorni, ora che è caduto il rischio del trappolone con il voto segreto, la cosa migliore è votare immediatamente per l’arresto.
E a sera, Renzi ha preferito guardare il bicchiere mezzo pieno. Con scandalo delle mazzette dell’Expo e l’affaire Scajola da giorni su tutte le prime pagine di tiggì e giornali, secondo il premier per il Pd è meglio aver manifestato al mondo la propria «diversità». Diversità che Renzi ha messo nero su bianco in un tweet: «Il Pd crede che la legge sia uguale per tutti. E la applica, sempre. Anche quando si tratta dei propri deputati. A viso aperto». Amen.

IL MESSAGGERO