Il premier: con noi l’Unione europea ha cambiato verso ma adesso i fatti

EUROPA UE

«Con il nostro lavoro l’Europa ha cambiato direzione, ora non si parla più solo di rigore ma di crescita e di flessibilità. Adesso però servono i fatti». È a luci e ombre il bilancio di Matteo Renzi dei sei mesi di presidenza italiana dell’Unione europea. Davanti all’Europarlamento in seduta plenaria, con molti banchi vuoti e con il leghista Matteo Salvini nel ruolo di contestatore, il premier strappa anche un applauso per Giorgio Napolitano: «Un europeista convinto che ha affrontato le difficoltà dell’Italia con grande intelligenza e saggezza». Renzi, davanti al presidente Martin Schulz e al capo della Commissione Jean-Claude Juncker, non è tenero. «In questi mesi, grazie al nostro sforzo, c’è stato un cambiamento profondo di direzione. Ma non ancora nei fatti. Il mondo reclama più Europa, ma questa Europa è destinata a diventare fanalino di coda se continua a inseguire parametri e vincoli». Ma a finire nel mirino di Renzi sono soprattutto il leader della Lega, Matteo Salvini, e Beppe Grillo seduto in tribuna. È a loro che il premier dedica le stoccate più dure: «La demagogia della paura ci vorrebbe rinchiudere in una fortezza. Il contrario di identità non è integrazione ma anonimato, il contrario di integrazione è disintegrazione e distruzione». E promette: «Da uomo di governo e di sinistra non lascerò mai la parola identità a chi grida più forte. La paura non ci deve fermare, isolare, alzare muri. C’è una demagogia imbarazzante contrapposta all’Europa della speranza, della libertà». Ed è qui che va in scena l’antipasto del duello tra i due Matteo che andrà avanti per i prossimi anni. Fino alle elezioni. Salvini urla: «Stai parlando nel deserto, nemmeno i tuoi uomini hanno perso il loro tempo. Il tuo semestre è stato il nulla».
IL DUELLO
Renzi ribatte: «Prenderete pure qualche voto, ma che pena!». E cita Dante Alighieri: «A Ulisse nella Divina Commedia, Dante fa dire una frase straordinariamente efficace: ”Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”». Salvini, con accanto Mario Borghezio, insorge: «Sta zitto, buffone». Renzi: «So bene che per alcuni di voi è difficile leggere più di due libri». Salvini: «Ne leggo tanti di libri, ecco i titoli…». Titoli che sfornerà più tardi su twitter con tanto di foto per dimostrare di averli almeno comprati: “Sottomissione” di Michelle Houellebecq e “Mondo nuovo-Ritorno al mondo nuovo” di Aldous Huxley. Il premier continua il suo assalto «contro i populisti»: «Salvini fa bene a sottolineare l’amarezza che i cittadini provano nel vedere l’aula vuota, qui si è visto poco». E il leghista, ormai furioso: «Sono più presente dei tuoi, sono all’80%». Poi si alza e a passo di carica va a sedersi nei banchi del Pd per dimostrare le «larghe assenze». Antonio Tajani presiede e impallidisce: «Chiedo rispetto per questa istituzione». In tribuna intanto Grillo pontifica sarcastico: «Quel Renzi è il nulla, in sei mesi il debito è aumentato di 74 miliardi. Un semestre fantastico!». Il premier pochi metri più in basso continua a lavorarsi Salvini. Ricorda l’alleanza della Lega con Marine Le Pen: «Ha appena proposto di sospendere gli accordi di Schengen sulle frontiere libere. Ma quando era ministro dell’Interno il tuo amico Maroni affermò che la sospensione di Schengen avrebbe significato la fine dell’Europa. C’è una distanza impressionante tra demagogia e realtà». «In Italia c’è un derby», è la conclusione di Renzi, «tra chi vede le difficoltà e si alza in piedi e prova a risolverle lavorando per il futuro e chi vedendo le difficoltà scommette sul fallimento, sulla paura». Da qui parte una stoccata agli euroburocrati: «Usciremo dalla crisi facendo il possibile perché l’Europa non sia un cimelio, un cumulo di frasi fatte, un museo delle cere. L’Europa può avere un senso se rimette al centro la vita delle persone». In questo senso «l’Europa è più grande della paura, delle minacce, è più forte di qualsiasi attacco». Non dice «je suis Charlie», ma è lo stesso.

Il Messaggero