Il premier apre sulla scuola Stretta di mano con Prodi

Romano Prodi

In molti avevano pronosticato un gesto di Matteo Renzi, dopo la tripla ferita dei tre voti di fiducia, alla vigilia del voto finale di oggi sulla legge elettorale. Non tanto per rastrellare qualche voto della minoranza dem: «L’Italicum passa di sicuro. Non temo sorprese, porteremo a casa il risultato», scommette il premier. Quanto per tentare di rasserenare gli animi e rendere lo scontro in casa del Pd meno aspro e sanguinoso. Ebbene, Renzi di gesti invece ne ha fatti addirittura due. Anzi, tre.
Il primo (a Mestre a metà mattino) è stato riparare alla gaffe di Milano quando, inaugurando l’Expo, ha ringraziato l’ex sindaco Letizia Moratti e l’ex presidente Giorgio Napolitano. Ma non Romano Prodi che, nel 2008, fu il vero artefice della designazione di Milano a ospitare l’esposizione universale. Il secondo (nel pomeriggio sul palco della festa dell’Unità di Bologna) è stato quando ha descritto il Pd come «un partito che litiga, discute, vota, ma va avanti insieme. E dire a Gianni Cuperlo, che è qui, “benvenuto a casa tua”, è il minimo che si possa fare». E Cuperlo aveva appena dichiarato che lui, mai e poi mai, oggi voterà l’Italicum.
LA NUOVA FRONTIERA
Ma Renzi, per nulla impressionato dalle contestazioni («erano una ventina a fischiare e in tremila ad ascoltarmi»), già guarda oltre. Convinto com’è di avere il risultato in tasca e considerando solo «manfrina» l’Aventino che anche questa sera Forza Italia, Cinquestelle, Lega e Sel metteranno probabilmente in scena disertando il voto finale sulla legge elettorale («se chiedono lo scrutinio segreto guadagniamo voti, non ne perdiamo…», prevede il vicecapogruppo pd Ettore Rosato), il premier si prepara alle elezioni regionali del 31 maggio. Lo fa compiendo il terzo gesto «di sinistra». Quello di dedicare – complici le contestazioni – quasi l’intero discorso di Bologna al tema della riforma scolastica. E offrendo una mano tesa ai professori che domani sciopereranno e ai precari inferociti, incontrati dopo la contestazione: «Con voi sono disposto a parlare, a confrontarmi. Nella legge “La Buona scuola” ci sono molte cose che si possono cambiare, non è una proposta prendere o lasciare». E ancora: «Sulla scuola abbiamo fatto l’investimento più grande: tre miliardi. Se la legge passa, 100mila insegnanti entreranno, se non passa continuerete a fischiare».
Parole che servono per tentare di riagganciare il popolo della sinistra. Per provare a riportare all’ovile un mondo – quello della scuola, appunto – che da tempo ha voltato le spalle al governo. Ma che Renzi considera importante riconquistare per chiudere la tornata elettorale con l’atteso 6 a 1. Liguria, Campania, Puglia, Toscana, Umbria e Marche al Pd. Il Veneto alla Lega. Non a caso il premier punta a far approvare dalla Camera la riforma scolastica entro metà maggio, per poi affrontare lo scoglio del Senato.
A palazzo Madama, dopo lo strappo sull’Italicum, i 24 senatori vicini a Pier Luigi Bersani sono diventati una seria minaccia. Senza di loro non c’è la maggioranza. Ma Renzi è convinto che diversi ex grillini e molti forzisti in libera uscita – «dopo le elezioni regionali vedrete cosa accadrà…» – presto seguiranno le orme di Sandro Bondi e Manuela Repetti e sosterranno il governo. Tant’è che ieri, sempre a Bologna, il premier non ha fatto alcun accenno alla (presunta) trattativa sulla riforma costituzionale del Senato. Quella che è stata chiesta e invocata dai Cinquanta deputati di Area riformista, prima di votare le tre fiducie e rompere con Bersani & C.
LA PACE CON IL PROF
Piuttosto che avanzare offerte di mediazione sul Senato modello-Bundesrat, Renzi ha preferito ricucire con Prodi. L’occasione è stata l’inaugurazione di “Aquae”, rassegna di Mestre legata all’Expo di Milano. Qui sono andate in scena parole di conciliazione: «Nessuno non soltanto non nega a Prodi, in primis, e al suo governo l’importanza straordinaria che ha avuto per l’Expo. Certe polemiche sono incomprensibili, ma è bene avere l’occasione di chiarirle se serve». Sono seguiti una stretta di mano sul palco. Sorrisi. Pacca del premier sulla spalla del Professore. Breve applauso. In più Renzi, già con la forbice in mano, non ha tagliato il nastro finché Prodi non ha preso posto al suo fianco. Commento del Professore in serata a “Che tempo che fa”: «Tutto è bene quel che finisce bene».

Il Messaggero