«Il piccolo Andrea è stato strangolato» Il cerchio si stringe attorno all’orco

POLIZIA 6

«Strangolato». Andrea Loris Stival, che aveva otto anni e andava a scuola ogni mattina con uno zainetto blu che ancora non si trova, è stato strangolato. L’ha rivelato a una platea ammutolita, in apertura della conferenza stampa, il procuratore della Repubblica di Ragusa, Carmelo Petralia. Strangolato e poi gettato in un canale di scolo, al Mulino Vecchio, quattro chilometri lontano dalla piazza del paese, probabilmente diverse ore prima che ne venisse ritrovato il corpo.
Questo almeno dicono i primi risultati dell’autopsia, e su questi bisogna ragionare per non finire intrappolati dalle suggestioni e dai sospetti. Come pure bisogna attenersi all’altra significativa comunicazione del procuratore Petralia: «Al momento risulta infondata la presenza di segni di violenza a scopo sessuale». A leggerla e a rileggerla tra le righe per tutta la giornata, questa dichiarazione, invece che allontanare le più terribili ombre, è come se le concentrasse tutte, come se dovessimo ancora aspettarci il peggio. Non esclude, ad esempio, l’ipotesi che Andrea possa aver subito violenze in passato e che sabato mattina, pagando con la morte, abbia deciso disperatamente di ribellarsi.
L’INCHIESTA

Nel frattempo il peggio è già tutto qui. Nel frattempo l’incredibile scomparsa del bambino, e poi le ricerche, e poi la scoperta del cadavere, e poi ancora scoprire che è stato barbaramente ucciso, si sono trasformati in una sconvolgente trama mediatica. E investigativa soprattutto, perché hai voglia a dire che «non poteva seguire chi non conosceva», la verita è che fra chi conosceva il bambino, fra chi può averlo avvicinato all’entrata di scuola sabato mattina e convinto a seguirlo, non c’è ancora un solo sospettato, indagato neanche a dirlo.
L’inchiesta è aperta per sequestro di persona e omicidio volontario, ma questo non aiuta purtroppo a capire. A capire perché un bambinetto di quella stazza, così minuto eppure così determinato almeno nelle foto in divisa alla scuola di arti marziali, sia potuto scomparire e poi morire ucciso non solo davanti agli occhi della mamma Antonella, ma un po’ davanti agli occhi di noi tutti. Lei, Antonella, lo lasciò scendere tranquillo dall’auto alle otto e 35 di sabato mattina, a una cinquantina di metri dalla scuola «Falcone e Borsellino». Le telecamere tutt’intorno escludono che Andrea sia entrato in classe. C’è una bambina, invece, una ragazzina di 10 anni appena, che sostiene di averlo visto una mezz’ora dopo: «Stava andando verso il chioschetto, a prendersi un panino». Ma l’hanno interrogato l’uomo del chioschetto e lì il bambino non c’è mai arrivato.
LA PRESIDE

Buio, allora. Come è buio tutt’intorno ai pochi anni di vita concessi a Andrea Loris Stival. La preside si affanna a rassicurare, in favor di telecamere: «Due sole assenze dall’inizio dell’anno scolastico. Non vi sembra normale?». Come se volesse zittire chi invece sussurra che qualche problema l’avesse, di linguaggio forse, o anche di carattere, chiuso, pochissimo propenso agli slanci, il che rende ancora più difficile spiegarsi la fiducia che a un certo punto a qualcuno ha deciso di accordare. Si sa come vanno le cose. Tutti a dipingere un quadro perfetto e poi la tela che si sgretola, che mostra impietosa le sue crepe. Ma per Andrea non è cosi, non così almeno per ora. Ci sono due genitori, Antonella e Davide che lo amavano, lo curavano, lo seguivano. C’è una famiglia di lontane discendenze albanesi, ormai italiani a tutti gli effetti in questa terra di confine, stretta attorno a loro. Eppure … eppure è come se un segreto dovessi ancora venire fuori.
LA FAMIGLIA

No, vendette no. Non un solo vago spunto di vendetta può essere ipotizzato considerando la storia e gli amicizie degli Stival. Inquieta, perché inquieta, solo la frase che diversi microfoni ritengono di aver strappato a Davide, il padre: «Questa volta se lo prendo l’ammazzo». Perché «questa volta», quali sono state le altre volte? Ma la frase è rimbalzata da un sito all’altro senza trovare una conferma. Una zia che sostiene di averla sentita, un investigatore che la smentisce. Resta il paese di Loris, Santa Croce Camerina, in fondo al fondo dell’Italia, vicino a Pozzallo, dove sbarcano gli immigrati, alle campagne dove le rumenere diventano schiave, vini pregiati e tramonti da urlo. Dove a Andrea Loris hanno spento il futuro.

Il Messaggero