Il piano del governo per la Rai: «referendum» sulla tv pubblica

RAI

ROMA La Rai non è di Renzi, non è del governo, non è neppure della Rai. E’ di tutti la Rai. E allora? Grande «referendum popolare», per vedere come si può rifondare la Rai. Il piano del governo, ancora da definire nei dettagli e nelle modalità di partecipazione, prevede per la Rai quello che è stato fatto per la riforma della pubblica amministrazione. Ossia una pioggia di proposte on line da parte dei cittadini (per esempio su che cosa fare del canone, o su come ridefinire la governance dopo la legge Gasparri, o su quale mission dare alla tivvù pubblica) e ampio dibattito, fuori dalla politica e oltre gli specialismi e gli interessi corporativi degli addetti ai lavori, su quale tipo di servizio pubblico serve a un Paese che vuole innovarsi. E allora, proposte, contro-proposte, ipotesi, idee, scontri: uno choc di riflessione sulla Rete e fuori, ma non nei soliti convegni paludati e inconcludenti, e chissà che a riformare la tivvù che finora è apparsa irriformabile non siano alla fine gli italiani semplici, sempre considerati utenti passivi e non agenti attivi quali adesso possono diventare se lo vogliono. Magari poi, alla fine della consultazione popolare, si potrà anche arrivare a votazioni sulle singole proposte? Chissà. 
LA VOCE POPOLARE 
Per ora Antonello Giacomelli, sottosegretario alle Comunicazioni, dice così: «Sul futuro della Rai dobbiamo aprire una grande consultazione in tutto il Paese. Stiamo lavorando per trovare la formula più adatta per consentire la più ampia partecipazione». La Rai di tutti rifondata con il contributo di tutti sarebbe un modo di togliere alla televisione pubblica quell’impronta proprietaria che i partiti in questi decenni le hanno dato. La proposta Giacomelli, in vista del rinnovo della convenzione Stato-Rai che scade a maggio 2016 e non sarà più di vent’anni ma di dieci, si ispira al modello britannico della Bbc. E comunque, rifondare l’idea di servizio pubblico implica alcune sfide che a Renzi – il quale è disinteressatissimo a parlare di Rai secondo le vecchie logiche della politica – stanno molto a cuore. A cominciare da quella della revisione del canone, la tassa più sgradita e più evasa dagli italiani. O da quella di ripensare completamente – ma tutto ciò sarà appunto materia di pubblico dibattito e di larga consultazione – la struttura organizzativa della Rai, perchè non ha senso nell’epoca di Internet mantenere tre canali generalisti più una quantità assurda di canali di nicchia. 
E ancora: non si tratta di chiudere sedi regionali ma di ripensare dal punto di vista dell’informazione il rapporto con i territori. Non c’è dubbio che togliere il canone e sostituirlo con altre forme di finanziamento sia uno degli obiettivi a cui mira Renzi e anche su questo verrà coinvolta nel dibattito la pubblica opinione interessata a dire la sua e magari a contarsi on line. Ora però c’è lo sciopero, in tutta l’Italia, di parte dei dipendenti Rai e molte delle questioni di cui s’è detto finora hanno attinenza o possono averla con la serrata televisiva che oggi mette a rischio molte dirette, obbligherà i telegiornali ad andare in onda in versioni brevi e incomplete, nonostante i giornalisti dell’Usigrai (che s’è rimangiata lo sciopero) e anche gli altri abbiano deciso di non aderire alla protesta. Che prevede una serie di presidii dei lavoratori davanti a via Teulada, alla Rai milanese di Corso Sempione e in altre sedi e a mobilitarsi (senza la Cisl di Bonanni) sono la Cgil (Camusso ha fortemente voluto lo sciopero), la Uil, l’Ugl, la Snater e altre sigle così, anche piccole ma combat assai tra i tecnici e le maestranze. Ma al netto dello sciopero, la Rai come questione nazionale fuori dalle beghe politicanti e dalla lotta stantia e autoreferenziale tra conservatori e innovatori dovrà imporsi come punto cruciale della modernizzazione economica e culturale di un Paese, in cui il servizio pubblico è sembrato sequestrato. Va nella direzione dell’allargamento della discussione e della ricerca di spunti, di idee, di traguardi nuovi anche l’iniziativa aperta a tutti in programma il 23 giugno. L’hanno organizzata i dirigenti della Rai, quelli che puntano all’autoriforma della Rai prima che la Rai rischi di essere spazzata via da agenti esterni o da privatizzazioni improvvisate di cui l’Italia è specializzata, e nel cuore della produzione televisiva, a via Teulada, andrà in scena questa giornata di discussione pubblica. 
PAROLE, MESTIERI 
Non parleranno i politici e neanche i dirigenti Rai ma, oltre a personaggi esterni e autorevoli, i registi, gli scenografi, i programmisti, i tecnici delle luci, gli operatori e così via: «100 parole e 100 mestieri per la Rai» (ecco il titolo). E ci saranno tavoli di lavoro che si concentrano sulla mission, sulle risorse, sulla governance della Rai e gruppi di studio che si applicano a come devono essere trasformate la radio, il cinema, la fiction, i cartoni animati, i rapporti con i territori locali e globali, l’intrattenimento, l’education. Non uno sfogatoio, ma l’inizio di una sfida e subito dopo l’estate ciascun gruppo di lavoro porterà le sue proposte tematiche in un’altra pubblica occasione. 
La mobilitazione, non di lotta ma di proposta (e intanto va superato lo sciopero), è cominciata. Renzi la guarda con molto piacere, e se questo diventa la Rai – una questione di tutti – forse si salva. 

IL MESSAGGERO